Visto che sono un po' a corto di argomenti validi, e a quanto pare nessuno legge e commenta questo blog, annuncio la chiusura del medesimo. Non a titolo definitivo, magari tra qualche tempo riprendo, ma la speranza di suscitare interesse con i miei sproloqui si è rivelata senza speranze ;)
Un saluto, e casomai non vi rivedessi: buon pomeriggio, buona sera e buona notte.
lunedì 2 agosto 2010
martedì 20 luglio 2010
Lettera aperta
Inizio a scrivere quest'oggi sprovvisto di un'idea forte. Qualche crepa creativa sembra aprirsi in questi giorni, ma poi si richiude. Sento però la necessità di scrivere, di comunicare; il blog è fermo da un po' di giorni, eppure i visitatori, piano piano, continuano ad aumentare. E allora mi rivolgo a voi, popolo dell'aldilà! Cioè dall'altra parte dello schermo, legati a me da questo mistico legame fatto di 1 e 0, in un ordine così rigoroso che scambiandone uno solo potrebbe apparire Maurizio Costanzo nudo al posto del mio blog (i vantaggi della tecnologia). A proposito che fine ha fatto quella bella persona che lascia sempre spazio alle opinioni altrui? Chiusa parentesi; cari lettori vi invito, vi sprono, vi esorto a lasciarmi un'idea, un qualcosa che valga la pena di insultare. Non necessariamente importante per il destino della razza umana, basta che sia detestabile.
Il fatto è che a odiare e basta si fa una fatica che neanche Eracle o Ercole che dir si voglia. A volte ci vorrebbe un po' d'amore, chissà se esiste un movimento, che so, un partito politico che faccia al caso mio? Intanto che cerco magari penso se aprire una sezione sulle cose belle, melense, amorevoli, come un cagnolino simpatico o il primo bacio.
Fiducioso della vostra partecipazione, mi ritiro. Cordiali saluti.
Il fatto è che a odiare e basta si fa una fatica che neanche Eracle o Ercole che dir si voglia. A volte ci vorrebbe un po' d'amore, chissà se esiste un movimento, che so, un partito politico che faccia al caso mio? Intanto che cerco magari penso se aprire una sezione sulle cose belle, melense, amorevoli, come un cagnolino simpatico o il primo bacio.
Fiducioso della vostra partecipazione, mi ritiro. Cordiali saluti.
mercoledì 14 luglio 2010
Costume e società
Poco tempo per scrivere questi giorni. Necessito comunicazione tramite telegramma. Riporto articolo Michela Marzano da Repubblica su argomento importante. Buona lettura.
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/14/news/marzano_donne_uccise-5572987/?ref=HREC1-1
Cordiali saluti STOP
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/14/news/marzano_donne_uccise-5572987/?ref=HREC1-1
Cordiali saluti STOP
venerdì 9 luglio 2010
La Sacra Rota
Il Tribunale della Rota Romana, popolarmente nota come Sacra Rota, è un tribunale ecclesiastico che si occupa principalmente delle cause di nullità matrimoniale. Ne ho sempre sentite di cotte e di crude su questo misterioso ingranaggio sacro, come mi evoca il nome, soprattutto in merito agli esorbitanti costi che richiederebbe. In realtà informandomi in giro, ho scoperto che la questione monetaria non è così onerosa, anzi il costo maggiore, come nella giustizia non ecclesiastica, è quello degli avvocati (mi devo ricordare di scrivere qualcosa sui nostri amici azzeccagarbugli). A parere mio tutti i soldi dati alla grande Chiesa Cattolica Spa sono comunque vergognosi, fossero anche centesimi di euro, visto che da sempre sull'ignoranza della gente si sono accumulate fortune nelle tasche del Vaticano. Ma, al di là della questione di comprarsi il paradiso, ciò che fa stridere i denti e tendere i muscoli come alla leonessa prima del balzo predatorio, è la ragione che spinge le persone a rivolgersi a questo istituto. La Sacra Rota si occupa appunto di annullamento del matrimonio, visto che esso non può essere rescisso, e parlare in termini giuridici quando ci si riferisce a relazioni tra persone e faccende marginali tipo l'amore a me fa sorridere, ci si inventa il modo per fregare quello sprovveduto del proprietario dei cieli e gli si annulla il matrimonio che lui aveva benedetto. Ora, in epoche antiche questo poteva aver senso (un caso su mille), visto che, magari si poteva venire obbligati con la forza a sposare qualcuno, oppure uno dei due non “funzionava” e quindi non potendo aver figli, che ci stai a fare con una persona? Ma, oggi, quanti casi di matrimonio forzato o scoperta di un precedente matrimonio del coniuge mai detto (mi fa pensare alle case comprate a propria insaputa) ci potranno essere? Uno su cinquemila? Più o meno potrebbe essere una buona stima; invece no, uno su sessanta (fonte: “La storia proibita del '900 italiano, The History Channel). Non serve essere particolarmente geniali o maliziosi per capire che la stragrande maggioranza degli annullamenti che vengano chiesti, e concessi, non siano per reali motivi che invaliderebbero il matrimonio, che, anche nello squallore del termine, rimane pur sempre un contratto. Bensì per l'importanza dell'apparenza. Per il desiderio di tornare puri, come la ricostruzione dell'imene, per poter andare in giro a testa alta e dire “io non ho divorziato, sono tutt'oggi un buon cristiano”. Così ci si può risposare col vestito bianco e dire il sempiterno sì, finché non si avrà bisogno della Rota un'altra volta. Particolarmente stonato alle mie orecchie suona l'annullamento per impossibilità di procreazione: quindi un matrimonio non vale nulla se non si possono fare bambini, e si arriva a sbandierarlo in piazza se a lui non si rizza o le ovaie di lei fanno cilecca, per poter trovare un partner meritevole. Tra gli illustri fruitori del servizio non poteva mancare il nostro amato presidente del consiglio, emblema supremo dell'apparenza e dell'ipocrisia. Non c'è quindi da stupirsi se sono in molti a chiedere l'annullamento (fasullo) del matrimonio, proprio perché il modello di vita, la tensione dell'italiano medio e proprio quello del padrone d'Italia, quello del falso buon cristiano. Io penso che Gesù Cristo non abbia mai bestemmiato, per educazione e per conflitto d'interessi; ma, tutte le volte che una persona autodefinita cristiana agisce in tale maniera, egli tiri talmente tanti improperi e imprecazioni da far rizzare i capelli al cugino Lucifero.
lunedì 5 luglio 2010
Solitari in seconda
Vi sarà sicuramente capitato di frequentare un corso di corretta fruizione di mezzi di locomozione motorizzata. Secondo gli usi comuni questi si svolgono presso autoscuole specializzate nell'insegnare cose banali ma utili al vivere sereno in società. Alcuni coraggiosi apprendono queste regole etologiche umane del contesto stradale attraverso un misterioso processo druidico risalente a prima del medioevo (alcuni studiosi ritengono siano tecniche attribuibili agli Ittiti) chiamato autoapprendimento, o autodidatta, che altri non è che colui che non paga delle persone per farsi dire che allo stop bisogna fermarsi. Comunque abbiate voi appreso certe note regole, tra le molte ve n'è sicuramente una che recita: “in un contesto di striscia di terreno battuto o pavimentato che serve da via di comunicazione adibito alla circolazione in un senso di marcia a multiple corsie, occupare la corsia più libera alla vostra destra, e, se c'è un locomotore motorizzato innanzi a voi che incede ad una velocità inferiore alla vostra, effettuate una manovra sopravanzatrice, detta sorpasso, spostandovi a sinistra. Però, mi raccomando, dopo che siete andati oltre il soggetto procedente a uno spazio/tempo istantaneo minore del vostro, riportatevi nella corsia più libera a destra.” Questo ovviamente è il testo sintetizzato e semplificato della legge, perché, come ben sapete, le leggi devono necessariamente essere incomprensibili, quindi ho dovuto rielaborarla.
Per gli amici giapponesi o inglesi (so che leggono il blog numerose scuole nipponiche che studiano italiano) la legge è la stessa, sostituite solamente i termini destra con sinistra e viceversa.
Ora, avendo chiaro il concetto della legge, mi spiegate perché nelle autostrade italiane, o extraurbane principali che siano, è pieno di dementi che cavalcano solitari verso il tramonto in seconda corsia neanche fossero John Wayne? No perché è importante spiegare a chi non sia avvezzo a tali situazioni che nel paese del partito dell'amore e della lega nord non c'è nessuno che se ne sta alla sua maledetta destra. I motivi possono essere molteplici: il primo, direi, è che la gente considera la prima corsia da sfigati, sei ci vai sei out. Il secondo è che in seconda, o in terza corsia si sta comodi, e per sorpassare il prossimo camion non devo spostarmi di nuovo a destra e a manca (anche se il successivo tir è a novantatré chilometri di distanza). Il terzo è che molti automobilisti italiani abbiano il settore destro del loro campo visivo ostruito, non si sa da cosa ma lì proprio non vedono che c'è un'altra corsia. Fatto sta, che nelle strade a tre corsie si assiste spesso alla visione di personaggi guidanti ben piazzati al centro, che viaggiano tranquilli e beati, e guai a fargli notare, magari tramite leggera lampeggiata di fari, che dovrebbero cavarsi dalle scatole, essi rizzano immediatamente il pelo, schiumano dalla bocca e da lì in avanti non vi faranno più sorpassare, né a destra né a sinistra. Eh sì, perché oltretutto questo atteggiamento da “in mezzo allo stradone” può pure mettere in difficoltà i nostri amici giapponesi o inglesi di prima (ps. Saluto con affetto la 3a B del liceo 学者) che trovandosi di fronte alla scelta potrebbero essere indotti in errore vista l'abitudine del sorpasso a sinistra nel loro paese. Adesso che ci penso bene, mi sa che in Italia ci sono un sacco di orientali e anglosassoni.
Per gli amici giapponesi o inglesi (so che leggono il blog numerose scuole nipponiche che studiano italiano) la legge è la stessa, sostituite solamente i termini destra con sinistra e viceversa.
Ora, avendo chiaro il concetto della legge, mi spiegate perché nelle autostrade italiane, o extraurbane principali che siano, è pieno di dementi che cavalcano solitari verso il tramonto in seconda corsia neanche fossero John Wayne? No perché è importante spiegare a chi non sia avvezzo a tali situazioni che nel paese del partito dell'amore e della lega nord non c'è nessuno che se ne sta alla sua maledetta destra. I motivi possono essere molteplici: il primo, direi, è che la gente considera la prima corsia da sfigati, sei ci vai sei out. Il secondo è che in seconda, o in terza corsia si sta comodi, e per sorpassare il prossimo camion non devo spostarmi di nuovo a destra e a manca (anche se il successivo tir è a novantatré chilometri di distanza). Il terzo è che molti automobilisti italiani abbiano il settore destro del loro campo visivo ostruito, non si sa da cosa ma lì proprio non vedono che c'è un'altra corsia. Fatto sta, che nelle strade a tre corsie si assiste spesso alla visione di personaggi guidanti ben piazzati al centro, che viaggiano tranquilli e beati, e guai a fargli notare, magari tramite leggera lampeggiata di fari, che dovrebbero cavarsi dalle scatole, essi rizzano immediatamente il pelo, schiumano dalla bocca e da lì in avanti non vi faranno più sorpassare, né a destra né a sinistra. Eh sì, perché oltretutto questo atteggiamento da “in mezzo allo stradone” può pure mettere in difficoltà i nostri amici giapponesi o inglesi di prima (ps. Saluto con affetto la 3a B del liceo 学者) che trovandosi di fronte alla scelta potrebbero essere indotti in errore vista l'abitudine del sorpasso a sinistra nel loro paese. Adesso che ci penso bene, mi sa che in Italia ci sono un sacco di orientali e anglosassoni.
sabato 3 luglio 2010
I meravigliosi '80: Dritter Teil
Il terzo capitolo della saga sugli anni bui lo dedicherei al cinema, argomento particolarmente caro al sottoscritto. Sia chiaro che di film brutti ne sono stati fatti in tutte le epoche, ma in quegli anni se ne approfittarono decisamente.
Comincerei con quei capolavori musicali/romantici come Dirty Dancing, Footloose, Flashdance, e infiliamoci pure Il tempo delle mele visto che quella canzoncina maledetta non può più uscire dalle orecchie una volta ascoltata. Queste pellicole non si sono limitate ad essere mal scritte, mal dirette e male interpretate, sono diventate pure dei tormentoni, dei miti per più di una generazione (di teenager al femminile soprattutto, ma anche per qualche maschietto con la bava alla bocca alla vista del fondoschiena di Jennifer Beals).
Dopodiché darei uno sguardo alla produzione nostrana: negli anni ottanta esplodono degli attoroni del calibro di Jerry Calà (che qualcuno dubita persino che sia normale), Christian De Sica, Massimo Boldi, Diego Abatantuono, Serena Grandi, Andrea Roncato e Gigi Sammarchi, Ricky Tognazzi, Heather Parisi e Renato Pozzetto. I film ve li lascio cercare da soli, sono talmente tante le schifezze “z” movie messe in produzione da questi artistoni che dovrei scrivere un post lungo come le guerre puniche. Ovviamente i sopracitati erano stati definiti attori per scherzo, come per scherzo questi sono registi: Franco Castellano, Carlo Vanzina, Sergio Corbucci e Neri Parenti (pensate che alcuni di loro imperversano ancora nei nostri incubi odierni).
Torniamo al cinema mondiale (prevalentemente Hollywoodiano) per non dimenticarci mai dei geniali film d'azione, quali Die Hard, Beverly Hills cop e Arma letale i cui settantatré sequel si sono protratti poi anche negli anni '90 e oltre. Imperversava Sylvester Stallone, quindi otto Rambo non ce li ha tolti nessuno e neppure i Rocky (che nessuno sa più quanti siano) che pure era partito alla fine degli anni '70. Arnold Schwarzenegger non c'è bisogno che lo commenti, vero?
Vogliamo parlare degli horror? C'è poco da dire, secondo me nessun uomo, donna o bambino si è mai spaventato per un horror degli anni '80.
Infine le commedie sottili, di grande qualità e acume, come i vari Senti chi parla, Voglia di vincere (altra icona anni '80: Michael J. Fox), gli Scuola di polizia e Breakfast club.
Stavo per dimenticarmi delle perle sportive! Major league, Fuga per la vittoria e gli inossidabili Karate kid e Il ragazzo dal kimono d'oro sono delle pellicole assolutamente da perdere.
Comincerei con quei capolavori musicali/romantici come Dirty Dancing, Footloose, Flashdance, e infiliamoci pure Il tempo delle mele visto che quella canzoncina maledetta non può più uscire dalle orecchie una volta ascoltata. Queste pellicole non si sono limitate ad essere mal scritte, mal dirette e male interpretate, sono diventate pure dei tormentoni, dei miti per più di una generazione (di teenager al femminile soprattutto, ma anche per qualche maschietto con la bava alla bocca alla vista del fondoschiena di Jennifer Beals).
Dopodiché darei uno sguardo alla produzione nostrana: negli anni ottanta esplodono degli attoroni del calibro di Jerry Calà (che qualcuno dubita persino che sia normale), Christian De Sica, Massimo Boldi, Diego Abatantuono, Serena Grandi, Andrea Roncato e Gigi Sammarchi, Ricky Tognazzi, Heather Parisi e Renato Pozzetto. I film ve li lascio cercare da soli, sono talmente tante le schifezze “z” movie messe in produzione da questi artistoni che dovrei scrivere un post lungo come le guerre puniche. Ovviamente i sopracitati erano stati definiti attori per scherzo, come per scherzo questi sono registi: Franco Castellano, Carlo Vanzina, Sergio Corbucci e Neri Parenti (pensate che alcuni di loro imperversano ancora nei nostri incubi odierni).
Torniamo al cinema mondiale (prevalentemente Hollywoodiano) per non dimenticarci mai dei geniali film d'azione, quali Die Hard, Beverly Hills cop e Arma letale i cui settantatré sequel si sono protratti poi anche negli anni '90 e oltre. Imperversava Sylvester Stallone, quindi otto Rambo non ce li ha tolti nessuno e neppure i Rocky (che nessuno sa più quanti siano) che pure era partito alla fine degli anni '70. Arnold Schwarzenegger non c'è bisogno che lo commenti, vero?
Vogliamo parlare degli horror? C'è poco da dire, secondo me nessun uomo, donna o bambino si è mai spaventato per un horror degli anni '80.
Infine le commedie sottili, di grande qualità e acume, come i vari Senti chi parla, Voglia di vincere (altra icona anni '80: Michael J. Fox), gli Scuola di polizia e Breakfast club.
Stavo per dimenticarmi delle perle sportive! Major league, Fuga per la vittoria e gli inossidabili Karate kid e Il ragazzo dal kimono d'oro sono delle pellicole assolutamente da perdere.
mercoledì 30 giugno 2010
Dell'otre di Dell'Utri
Riguardo la sentenza odierna non voglio dilungarmi, anche perché poco qualificato e informato dei fatti per poterlo fare in maniera esaustiva, leggete i giornali, magari Il fatto quotidiano, o documentatevi su internet, ci sono fior fior di giornalisti che ne parlano. Vorrei invece soffermarmi su di un piccolo particolare che ha solleticato la mia attenzione. Dell'Utri, per favore non chiamatelo senatore, è come dire Hitler lo statista, invece di Hitler il criminale, è un mafioso. Non fa una piega. È pieno, tracima di sporcizia, di disonestà e di azioni criminali. Lo si sapeva da tempo, lo ha confermato la sentenza (per cui i fenomeni del pdl riescono pure ad esultare: “evvai! Abbiamo un altro condannato in lista e quegli imbecilli degli italiani continuano a votarci!”), ma più d'ogni sospetto o prova, più dei processi, lo dimostra quello che quest'uomo fa o dice. Egli, da persona poco intelligente quale è, come del resto tutti i malavitosi, non si rende neppure conto di essere il principale accusatore di se stesso. Quel pirla, dopo che gli viene inflitta una condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, cos'è che fa? Elogia, ma che dico, magnifica quell'eroe di Mangano, che da buon stalliere del cavaliere, non parla mai in carcere fino alla morte. Dell'Utri ottusamente non capisce che questo valore, il silenzio della verità, è un tratto distintivo della mafia e della criminalità organizzata, e non si rende conto che mette in mostra tutta la sua affinità con quel mondo.
Ascoltando Radio3 oggi ho sentito parlare Mauro La Mantia, presidente dei giovani del Pdl in Sicilia, che ha espresso interessanti pensieri sulla distanza dalla merda umana Dell'Utri, e ha ribadito che gli eroi sono persone come Facone e Borsellino. Questo messaggio mi ha messo di buon umore, e mi fa sperare che ci sia ancora speranza per quest'Italia francamente grottesca. La mafia è al suo canto del cigno, le nuove generazioni incombono e maledizione, non ci sarà più un Dell'Utri o un Berlusconi!
Ascoltando Radio3 oggi ho sentito parlare Mauro La Mantia, presidente dei giovani del Pdl in Sicilia, che ha espresso interessanti pensieri sulla distanza dalla merda umana Dell'Utri, e ha ribadito che gli eroi sono persone come Facone e Borsellino. Questo messaggio mi ha messo di buon umore, e mi fa sperare che ci sia ancora speranza per quest'Italia francamente grottesca. La mafia è al suo canto del cigno, le nuove generazioni incombono e maledizione, non ci sarà più un Dell'Utri o un Berlusconi!
lunedì 28 giugno 2010
I meravigliosi '80: Zweiter Teil
“A saperlo morivo molto prima”: Stanley Kubrick sugli anni ottanta (fonte ufficiale Nonciclopedia). Penso che il buon Stanley si riferisse alle sonorità di quegli anni. Per l'appunto, via alla seconda invettiva! Tema: la musica. I musicisti in questi anni arrivarono stremati dalle fatiche e dalle meraviglie dei '60 e '70, ripiegarono quindi su roba poco impegnativa e brutta, ma brutta cosciente di esserlo, come protesta. Arrivano degli strumenti eccezionali come il sintetizzatore, che permette di buttare nel cesso chitarre, bassi e batterie. Sostituendoli con effetti sonori da sballo! Inoltre nasce, il primo Agosto 1981, MTV, che per chi non la conoscesse, è il peggiore canale televisivo mondiale, nato con l'intento di diffondere musica commerciale e di basso livello, sviluppata e fiorita poi in un canale di reality e glamour da far invidia a studio aperto. La nascita di MTV porta all'esplosione dei videoclip, tutti belli; un paio di esempi:
E mi fermo qui, ma la lista è praticamente infinita. Da notare l'abbigliamento, che abbiamo precedentemente analizzato. Negli anni '80 non si poteva fare musica se non eri una donna, per cui gli uomini si adattarono, divenendo omosessuali, tutti. Ora, questo di per sé non è cosa mala, il movimento per i diritti dei gay ne ha tratto visibilità, e piano piano le discriminazioni si sono affievolite, ma qui la faccenda era quasi esagerata. Non c'era un musicista che si abbigliasse e cantasse in maniera minimamente mascolina.
Citiamo, per chi volesse approfondire o crogiolare nel ricordo, alcuni gruppi o cantanti importanti per quegli anni, e non di meno per sostenere la mia tesi: Village People, David Bowie (qualche bel pezzo qui non si nega eh), Spandau Ballet, Culture Club, Duran Duran, Bananarama; senza dimenticarci le perle italiane: Sabrinona Salerno, Paul Mazzolini in arte Gazebo, i Ricchi e Poveri e Pupo!
E mi fermo qui, ma la lista è praticamente infinita. Da notare l'abbigliamento, che abbiamo precedentemente analizzato. Negli anni '80 non si poteva fare musica se non eri una donna, per cui gli uomini si adattarono, divenendo omosessuali, tutti. Ora, questo di per sé non è cosa mala, il movimento per i diritti dei gay ne ha tratto visibilità, e piano piano le discriminazioni si sono affievolite, ma qui la faccenda era quasi esagerata. Non c'era un musicista che si abbigliasse e cantasse in maniera minimamente mascolina.
Citiamo, per chi volesse approfondire o crogiolare nel ricordo, alcuni gruppi o cantanti importanti per quegli anni, e non di meno per sostenere la mia tesi: Village People, David Bowie (qualche bel pezzo qui non si nega eh), Spandau Ballet, Culture Club, Duran Duran, Bananarama; senza dimenticarci le perle italiane: Sabrinona Salerno, Paul Mazzolini in arte Gazebo, i Ricchi e Poveri e Pupo!
giovedì 24 giugno 2010
Gastronomia maltese
La cucina di Malta è stata influenzata nel tempo dai popoli che vi hanno vissuto, ovvero arabi, italiani, spagnoli, francesi e inglesi. Ognuno di questi ha apportato il proprio contributo all'arricchimento delle pietanze dell'isola. Tutti questi paesi hanno importanti tradizioni culinarie (magari oltremanica un po' meno), pertanto ci si attende un'estasi sensoriale al contatto con i piatti nati da queste unioni. Sbagliato. La gastronomia maltese è uno dei sette orrori del mondo moderno. Ora, non è che io abbia girato tutto il mondo, e neppure ho mangiato per un decennio a Malta, ma: rispetto ai paesi da me visitati, il paragone è improponibile; inoltre, dei quattro o cinque ristoranti provati, avere una percentuale netta del 100% di immangiabilità cristallina, mi pare un valore significativo. Mi spiego meglio. Al di là del fatto che abbiano tentato di uccidermi con della ricotta avariata che mi ha organizzato un indimenticabile tête-à-tête con il water per una notte intera, ho tentato di assaggiare un po' tutto, dalla carne al pesce, dalle verdure ai primi piatti, dolci e quant'altro. Non c'è stata “trippa per gatti”, come diceva un mio allenatore che amava parlare per frasi fatte, come i grandi oratori... Gli isolani eccellono al contrario in tutti i campi. Riescono infatti a prendere il brutto di ogni cucina conosciuta e di unirlo in maniera geniale, e, apice del genio, rovinano delle ottime pietanze aggiungendo degli odori e degli ingredienti assolutamente inadatti e deleteri. Esempio: negli spaghetti allo scoglio, che quasi fanno bene pure nei fast food, l'aggiunta della cannella è stata un po' come il cacio sui maccheroni, e non si trattava di un pizzico, ma di una quantità tale che non si sentiva il pesce. Unica cosa salvabile è la ftira, un pane rotondo e soffice con cui preparano dei discreti panini farciti. La ftira è l'unica pietanza che ho mangiato per intero. A conferma del basso livello di ciò che mangiavamo, e che non fossi io ad avere strani gusti, c'erano le facce dei miei compagni di avventure, che deglutivano i bocconi come i bambini l'amata, amarissima, medicina per la tosse. Secondo me il colmo sta nel fatto che non cucinino bene il pesce, voglio dire, in un'isola! Passi per i primi e i dolci, ma almeno il pesce... non c'è stato modo di uscirsene soddisfatti da un ristorante.
Un saluto a tutti i lettori, continuate a diffondere il verbo pensare.
Un saluto a tutti i lettori, continuate a diffondere il verbo pensare.
giovedì 17 giugno 2010
Cento! Cento! Cento...

Come recitava il pubblico di quel gran bel quiz che era Ok il prezzo è giusto siamo arrivati a cento lettori! Sono stupìto (con la ì perché da queste parti potrebbe essere inteso in diversa maniera). Cento è un bel numero, ma lo abbiamo già superato, quindi a questo punto il blog deve puntare ai sei milioni, gli stessi che erano a tifare Silvio e il partito dell'amore in piazza. Direi che io l'abbia detto ad un numero limitato di persone, una venticinquina, quindi ognuno di loro deve aver diffuso la cosa a quattro persone di media. Se ognuno degli attuali lo dice a quattro amici saremo 400, e poi 1600, poi 6400, e in solo quattro o cinque passaggi saremo una buona fetta d'Italia, quelli di piazza S.Giovanni per l'appunto. Quindi gente, rimboccatevi le mani e spargete il seme, come disse quello, ma non disperdete mai il seme, e non confondete il piacere e l'amore, o perlomeno non create dolore. Un grazie a tutti quelli che mi stanno leggendo, sperando che non tutti mi abbiano cancellato dai contatti messenger, skype, email, telefono, agenda e testamento dopo aver letto qualche mia riga, e addirittura che qualcuno possa persino aver tratto del gaudio della lettura. Vi saluto per qualche giorno, a risentirci.
Ps: per tutti quelli che premono F5 ogni cinque minuti sperando che arrivi un nuovo post, non ne arriveranno per qualche giorno, quindi mettetevi il cuore in pace e andare a sentire quel che dice Emilio Fede, lui è decisamente più divertente di me.
martedì 15 giugno 2010
Il cavadenti

Lo sciagurato che per cause di forza maggiore debba recarsi dal cavadenti, si trova di fronte a tre problemi insolvibili. Il primo è la paura del dolore, cui segue il dolore vero e proprio. Fondamentalmente l'odontoiatra è un sadico che ama infliggere sofferenze al malcapitato di turno. Fin qui niente di strano, il problema nasce dal fatto che per sfogare i suoi bisogni feticisti si faccia pagare, e noi, clienti entusiasti, paghiamo per subire torture. Esiste perfino l'odontofobia, su cui fanno leva libri e film: eccone un esempio forte, consigliamo la visione esclusivamente ad un pubblico adulto.
Il secondo problema, già accennato è la parcella, spesso irrisoria, come lo stipendio di un anno di un operaio. Non direi che i dentisti si facciano pagare troppo, direi piuttosto che gli operai non meritino una bella dentatura. Ultima questione, non sempre presente, è l'attesa. Mi è capitato di entrare nella sala d'attesa, per l'appunto, e trovarvi accampate famiglie che facevano il barbecue, anziane signore a recitare il rosario, bambini arrivati per togliere un dente da latte che nel frattempo avevano sviluppato un problemino con i denti del giudizio. Chissà come mai, e questa è una questione estendibile a molti professionisti, si ostinino a infilare venti clienti all'ora, essendo coscienti del reale numero dei medesimi che sono in grado di accontentare nei sessanta minuti: non più di cinque. I miei preferiti rimangono quelli che dichiarano cinquemila euro di guadagno annuo a viaggiano in Porsche; ma queste sono delle perle che spettano solo all'Italia, magari negli altri paesi non funziona proprio così.
sabato 12 giugno 2010
I meravigliosi '80: Erster Teil
Inauguro finalmente questa sezione del blog dedicata ai mitici anni ’80, conosciuti anche come il decennio buio. Era proprio necessaria? Certamente! Come disse quel tale che per un paio di corna mise a ferro e fuoco una città per dieci anni, città che poi fu chiamata nello stesso modo in cui quel tale iniziò ad apostrofare l’ormai ex-moglie. Infatti, per chi non conoscesse bene questo decennio, perché troppo giovane, o troppo vecchio, o magari distratto, è utile illustrare quali brutture il genere umano abbia prodotto nella decade incriminata. Vista la vastità dell’argomento, e le plurime detestabili cose al suo interno, ho deciso di suddividere il lavoro: oggi partiamo con l’abbigliamento e l’aspetto in generale dei protagonisti degli eighties.
Eccone un esempio celeberrimo:

La signora o signorina, adesso non mi ricordo com’è messa in termini matrimoniali, Ciccone spopolava a quei tempi, come a tutt’oggi, divina icona pop. Lasciando da parte tutto il resto, soffermiamoci in ciò che vediamo. La capigliatura, rigorosamente cotonata, conferiva l’aspetto dello spaventapasseri de Il mago di Oz con l’aggiunta di stoppa addizionale in testa. Il trucco è leggero, soprattutto in zona occhi. Il vestiario aveva opzioni punk (versione di sinistra) o sgargianti colori e cose a caso (versione di destra). Nel primo caso di gran moda il vestiario di pelle, magari borchiato, un po’ Village people, t-shirt bianche o stampate, anfibi e accessori in tema. Il secondo caso è quello che regala più soddisfazioni: una mia particolare teoria è che a quel tempo che accozzava peggio vestiti e colori dei medesimi era il più bravo. Si può assistere infatti a vere e proprie esibizioni dell’orripilante. Per concludere vi lascio qualche bella immagine dello eighties style!


E non dimentichiamoci dei jeans ascellari, provvisti di lacerazioni multiple, tornate in voga ai giorni nostri. Il leopardato, che non necessita di commenti. Le tute acetate, lucide e attillate. Dulcis in fundo le Xuxa Shoes, è voi direte: "eccheccazz'è?", eccole!
Eccone un esempio celeberrimo:
La signora o signorina, adesso non mi ricordo com’è messa in termini matrimoniali, Ciccone spopolava a quei tempi, come a tutt’oggi, divina icona pop. Lasciando da parte tutto il resto, soffermiamoci in ciò che vediamo. La capigliatura, rigorosamente cotonata, conferiva l’aspetto dello spaventapasseri de Il mago di Oz con l’aggiunta di stoppa addizionale in testa. Il trucco è leggero, soprattutto in zona occhi. Il vestiario aveva opzioni punk (versione di sinistra) o sgargianti colori e cose a caso (versione di destra). Nel primo caso di gran moda il vestiario di pelle, magari borchiato, un po’ Village people, t-shirt bianche o stampate, anfibi e accessori in tema. Il secondo caso è quello che regala più soddisfazioni: una mia particolare teoria è che a quel tempo che accozzava peggio vestiti e colori dei medesimi era il più bravo. Si può assistere infatti a vere e proprie esibizioni dell’orripilante. Per concludere vi lascio qualche bella immagine dello eighties style!


E non dimentichiamoci dei jeans ascellari, provvisti di lacerazioni multiple, tornate in voga ai giorni nostri. Il leopardato, che non necessita di commenti. Le tute acetate, lucide e attillate. Dulcis in fundo le Xuxa Shoes, è voi direte: "eccheccazz'è?", eccole!
giovedì 10 giugno 2010
Standard Operating Procedure
Consigliato, ben girato, tra un Vanzina e l’altro dateci un occhio.
Da Mymovies, Giancarlo Zappoli:
“Tutto il mondo nel 2004 vide le foto scattate da alcuni militari statunitensi (uomini e donne) nel carcere di Abu Ghraib. Documentavano le vessazioni e le umiliazioni (anche di carattere sessuale) a cui venivano sottoposti i prigionieri da parte dei difensori della libertà a stelle e strisce. Lo scandalo fu enorme e fece riflettere anche molti degli iniziali sostenitori dell'intervento in Iraq. Facile fu però rimuovere in tempi rapidi l'accaduto, da parte dell'Amministrazione Bush, come opera di alcune 'mele marce' contro le quali vennero presi severi provvedimenti.
A distanza di quasi 4 anni dai fatti (e dopo due anni di ricerche e di interviste) il documentarista Errol Morris ci propone l'incontro con i protagonisti di quegli avvenimenti che lascia parlare utilizzando inquadrature simili per ognuno di loro.
L'operazione può essere valutata da due punti di vista. L'esiguità del materiale documentario originale a disposizione (con l'eccezione di un breve e inedito filmato) non offriva materia sufficiente per un lungometraggio. Ecco allora che Morris interviene con una struttura linguistica che alterna ai reperti del tempo e alle interviste materiale di finzione che (supportato dalla colonna sonora di Danny Elfman) viene proposto come tale. Questo costringe lo spettatore a operare distinguo e a intervenire personalmente sulla materia proposta. Se l'impatto di Standard Operating Procedures risulta decisamente inferiore rispetto a The Road to Guantanamo di Michael Winterbottom il suo impianto è però estremamente interessante perchè obbliga chi guarda a chiedersi se quei militari, che ancora oggi si permettono di sorridere riferendo su quanto accaduto, possano essere superficialmente liquidati come 'anomali' o non siano invece il prodotto di una ben più grave e collettiva perdita dell'innocenza della società americana.”
Da Mymovies, Giancarlo Zappoli:
“Tutto il mondo nel 2004 vide le foto scattate da alcuni militari statunitensi (uomini e donne) nel carcere di Abu Ghraib. Documentavano le vessazioni e le umiliazioni (anche di carattere sessuale) a cui venivano sottoposti i prigionieri da parte dei difensori della libertà a stelle e strisce. Lo scandalo fu enorme e fece riflettere anche molti degli iniziali sostenitori dell'intervento in Iraq. Facile fu però rimuovere in tempi rapidi l'accaduto, da parte dell'Amministrazione Bush, come opera di alcune 'mele marce' contro le quali vennero presi severi provvedimenti.
A distanza di quasi 4 anni dai fatti (e dopo due anni di ricerche e di interviste) il documentarista Errol Morris ci propone l'incontro con i protagonisti di quegli avvenimenti che lascia parlare utilizzando inquadrature simili per ognuno di loro.
L'operazione può essere valutata da due punti di vista. L'esiguità del materiale documentario originale a disposizione (con l'eccezione di un breve e inedito filmato) non offriva materia sufficiente per un lungometraggio. Ecco allora che Morris interviene con una struttura linguistica che alterna ai reperti del tempo e alle interviste materiale di finzione che (supportato dalla colonna sonora di Danny Elfman) viene proposto come tale. Questo costringe lo spettatore a operare distinguo e a intervenire personalmente sulla materia proposta. Se l'impatto di Standard Operating Procedures risulta decisamente inferiore rispetto a The Road to Guantanamo di Michael Winterbottom il suo impianto è però estremamente interessante perchè obbliga chi guarda a chiedersi se quei militari, che ancora oggi si permettono di sorridere riferendo su quanto accaduto, possano essere superficialmente liquidati come 'anomali' o non siano invece il prodotto di una ben più grave e collettiva perdita dell'innocenza della società americana.”
martedì 8 giugno 2010
Doppiaggio
Che noi italiani siamo al secondo o terzo posto, partendo dal basso, nella classifica dei popoli che conosco meno le lingue, è lapalissiano. Non ne conosciamo nessuna, e soprattutto non sappiamo l’inglese, lingua al giorno d’oggi piuttosto diffusa. Una delle colpe, al di là della scuola che è un capitolo a parte, l’attribuirei al doppiaggio dei film (soprattutto statunitensi, vista la mole di pellicole che viene prodotta in quel paese ogni anno). L’italiano è pigro, che equivale a dire: il sole è caldo; quindi non ha voglia di faticare inizialmente a capire una lingua, per poi godersi il mondo che si apre una volta appresa. Quindi si guarda i suoi bei film doppiati, non sapendo quanto si perde sia in contenuti e atmosfere, sia nelle interpretazioni originali. Non darei tutta la colpa al popolo, che, poveretto, ignora, quanto piuttosto ai caproni ai piani alti che ci hanno insegnato a vedere film doppiati da sempre; quando, come fanno nei paesi civilizzati, basterebbe far vedere i film in lingua originale fin da quando si è bambini. Io capisco che mandare a prendere il sole tutti i doppiatori italiani non sarebbe una bella cosa, ma è proprio un lavoro del Menga. Qualche doppiatore è pure bravo, ma quasi mai all’altezza dell’originale (tranne rari casi, vedi Ferruccio Amendola che migliorava la recitazione di quel cane di Stallone).
Inoltre, ogni lingua e ogni popolo ha il proprio modo di esprimersi, la propria tempistica e contestualizzazione delle frasi: se tu le traduci, succede spesso che in italiano non significhino niente o suonino strane, o peggio ancora, soprattutto nei film orientali, si debbano mettere battute inutili per non far sembrare l’attore un pesce che muove la bocca senza emettere suoni, visto che la battuta in italiano era finita un quarto d’ora prima dell’originale. Lasciamo perdere i doppiatori che non sanno recitare o quelli palesemente sbagliati per un determinato ruolo, trovarli è più facile di sparare ad un bersaglio espletante funzioni corporali.
Se posso permettermi un consiglio quindi, guardate film in lingua originale, in tutte le lingue, con i sottotitoli. Poi, se imparate delle lingue, tanto meglio, soprattutto l’inglese che è molto usato. E, se fate fatica a capire tutte le parole, non dannatevi l’anima, non è necessario, la comunicazione non è solo verbale e dare troppa importanza alle parole spessa fa perdere il resto.
Inoltre, ogni lingua e ogni popolo ha il proprio modo di esprimersi, la propria tempistica e contestualizzazione delle frasi: se tu le traduci, succede spesso che in italiano non significhino niente o suonino strane, o peggio ancora, soprattutto nei film orientali, si debbano mettere battute inutili per non far sembrare l’attore un pesce che muove la bocca senza emettere suoni, visto che la battuta in italiano era finita un quarto d’ora prima dell’originale. Lasciamo perdere i doppiatori che non sanno recitare o quelli palesemente sbagliati per un determinato ruolo, trovarli è più facile di sparare ad un bersaglio espletante funzioni corporali.
Se posso permettermi un consiglio quindi, guardate film in lingua originale, in tutte le lingue, con i sottotitoli. Poi, se imparate delle lingue, tanto meglio, soprattutto l’inglese che è molto usato. E, se fate fatica a capire tutte le parole, non dannatevi l’anima, non è necessario, la comunicazione non è solo verbale e dare troppa importanza alle parole spessa fa perdere il resto.
venerdì 4 giugno 2010
I limiti di velocità
Parlando della nostra amata penisola protesa nel tiepido mar Mediterraneo, non si può far a meno di notare quanto siano imbecilli coloro che decidono i limiti di velocità nelle strade. Sono, e siamo direi, a favore della sicurezza stradale, delle campagne che invitano alla prudenza, per voler far capire alle persone che non bisogna mettersi al volante quando non si è nel pieno delle proprie capacità; anche perché morire dentro a una scatola di latta non credo sia la maggiore aspirazione umana. Ma, vi è mai capitato di trovarvi in una landa desolata, percorsa da una stradina deserta come il deserto del Gobi e di notare sulla vostra destra un cartello rotondo, bianco e piacevolmente adorno di rosso, al centro due numeri neri: 5 e 0? Ecco, questo cartello non vi segnala i gradi centigradi, essendo in luglio sotto un sole tiepido, no, questo utile strumento vi rende noto che la vostra vettura non può superare la velocità istantanea di cinquanta chilometri all’ora. Non dovete preoccuparvi di guardare il tachimetro, controllate il cambio: se avete inserito la terza siete già oltre. Un paese intelligente che farebbe in questa situazione? Si fiderebbe dell’educazione civica del suo cittadino, quindi gli permetterebbe, a sua discrezione, di raggiungere gli agognati 70-80 km/h che, non mettendo in pericolo nessuno date le circostanze, gli permetterebbero di non morire di eccessiva sudorazione (e non è una bella morte). Col cavolo! Dietro ad un bidone della spazzatura, in tuta mimetica, anzi, grazie alle moderne tecnologie, celato dietro al mantello dell’invisibilità, c’è un ometto che non soffre il caldo; sta puntando un raggio laser verso di voi, il suo scopo non è quello di porre fine alle vostre sofferenze liquefacendovi completamente, bensì quello di segnalarvi, grazie ad una letterina a casa, da far firmare ai vostri genitori, che la pericolosissima velocità di 56 km/h non era consentita in quel tratto di strada.
Allora, non siamo in un paese intelligente, non abbiamo educazione civica, quindi lo stato non può fidarsi di noi, ma almeno di mettercelo nel culo nei momenti meno opportuni potrebbe evitarlo?
Passiamo quindi alla seconda situazione: visti i precedenti assunti, perché almeno gli addetti ai limiti, che credo siano delle persone che estraggono dei numeri da una cesta per scegliere il valore opportuno per un determinato tratto stradale, non permettono delle velocità leggermente più elevate laddove non costituisca pericolo? E non servono sette lauree per capirlo, basta notare dove viene raggiunto il limite anche dalla signora in pensione su Fiat Panda in ritorno dal supermercato, che normalmente viaggia alla metà della velocità consentita.
Allora, non siamo in un paese intelligente, non abbiamo educazione civica, quindi lo stato non può fidarsi di noi, ma almeno di mettercelo nel culo nei momenti meno opportuni potrebbe evitarlo?
Passiamo quindi alla seconda situazione: visti i precedenti assunti, perché almeno gli addetti ai limiti, che credo siano delle persone che estraggono dei numeri da una cesta per scegliere il valore opportuno per un determinato tratto stradale, non permettono delle velocità leggermente più elevate laddove non costituisca pericolo? E non servono sette lauree per capirlo, basta notare dove viene raggiunto il limite anche dalla signora in pensione su Fiat Panda in ritorno dal supermercato, che normalmente viaggia alla metà della velocità consentita.
giovedì 3 giugno 2010
Il nostalgico
Si stava meglio quando si stava peggio, ovvero non ci sono più gli uomini di una volta, financo non ci sono più le mezze stagioni. Che bellezza! Ve ne sono anche di altri, ma risparmiamoceli. Presupposto: tutti coloro che pensano che prima si stesse meglio o che il mondo vada peggiorando, sono degli sciocchi (autocensura, Nda). Direi che ci sono almeno due buoni motivi per poterlo affermare: il primo è che, se l’umanità andasse peggiorando col tempo, si sarebbe già belle che autodistrutta (allo stesso modo, se l’umanità progredisse, ora il Berlusca non governerebbe); secondo motivo: basta leggere un libro, un diario, un trattato, un pezzo di carta o di marmo dove sono state incise parole e pensieri di un essere umano appartenente a qualsiasi civiltà in qualsiasi periodo storico e si scopre che questo povero cristo antico aveva gli stessi problemi di quello contemporaneo. Non voglio dire che il greco (anche la greca, ma la lingua italiana è maschilista, e non vorrei dover usare sempre ambo i sessi come fanno coloro che credono di risolvere i problemi di discriminazione sessuale con l’uso del femminile nei sostantivi) avesse il problema di venir taggato da una ex in pose compromettenti, o che il Bonaparte indossasse dei tacchi per mancanza di autostima… questo forse è anche attuale. Al di là degli esempi spero che il concetto sia chiaro: si sviluppa la tecnica e la tecnologia, progredisce la società, ma le questioni umane permangono. I vizi e le debolezze dell’uomo sono sempre quelli. Poi, se uno mi viene a dire, avrei preferito vivere al tempo dell’antica Grecia per il sesso libero, o durante l’inquisizione perché il boia sarebbe stata la mia vocazione, allora niente da obiettare, ma essere nostalgici di qualcosa che non ci è mai appartenuto, di qualcosa che conosciamo appena, per sentito dire, mi pare idiota. Vedi i ragazzetti che vorrebbero simpatiche dittature quali quelle avute in passato, purtroppo recente, sia di estrema destra, sia di estrema sinistra, non avendo idea di come siano vissuti male i loro nonni. Forse la nostalgia verso qualcosa che non c’è mai stato è solo un rifugio, una via di fuga da una realtà che non ci piace. Ne L'insostenibile leggerezza dell'essere, Kundera: “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”.
sabato 29 maggio 2010
La bionda italiana
Ecco cosa di buono ha fatto la Peroni nella sua storia: Solvi Stubing.
Diciamolo chiaramente, la Peroni non è mica buona eh. Le birre italiane in genere non sono straordinarie, ma la bionda più famosa del Belpaese proprio non va. Mi è capitato di sudare sette camicie e anche otto, per arrivare in fondo ad una birretta piccola. Amara, acidula, bollicine piccole e pungenti. Almeno le campagne pubblicitarie con le gnocche sono acute e mai sessiste...
venerdì 28 maggio 2010
Il distributore gpl
La mia macchina si muove utilizzando la combustione del gpl. Il gas di petrolio liquefatto (o gas propano liquido) mi sembra una buona soluzione, come il gas metano: inquinano entrambi meno della benzina o del gasolio e costano di meno. D’accordo che sono anch’esse energie non rinnovabili e si potrebbe fare di meglio, ma almeno ci si prova. La questione è: come mai, tutte le volte che il gpl sta per finire in autostrada, io mi fermo all’area di servizio con l’insegna verde in cui campeggia orgogliosa la scritta gpl, e puntualmente mi ritrovo un’aureola di variopinti birilli attorno alla pompa del gas; oppure il dozzinale cartello “fuori servizio” scritto immancabilmente col tremolante pennarellone nero. Qualcuno mi spiega se queste benedette pompe del gpl si guastano in continuazione o se io sono certosino nel beccarle tutte? O magari c’è un complotto governativo ai miei danni? Sul complotto ora che ci penso qualcosa di vero potrebbe esserci. Volendo fare il Fox Mulder della situazione mi è capitato di notare come le grandi compagnie petrolifere (vedi Shell ed Esso, che non so neppure se siano le due più importanti, come recita la famosa catena o presunta iniziativa di Beppe Grillo) non offrano praticamente mai i carburanti alternativi come gpl e metano. Mi pare che solo i distributori più piccoli, con un minor numero di pompe in giro per l’Italia adottino la politica della libertà di scelta. Sta di fatto che, se il distributore di gpl viene trovato, immancabilmente è rotto. Almeno il primo. Non vedo l’ora che finisca il petrolio, che gli sceicchi vadano in giro per il mondo a vendere catenine fatte a mano e che la British Petroleum non abbia più la possibilità di distruggere paradisi naturali, neanche facendolo apposta. Questo non c’entrava niente, ma l’odio verso il petrolio, la benzina e tutto ciò che ne deriva è forte. Oggi è stato comunque un rifornimento fortunato. Mi sono fermato davanti alla monopompa del gpl (a fronte delle novantasei benzina/gasolio) e è arrivato l’ometto in tuta verde. Mi chiede se voglio pagare in contanti o con bancomat. Non capisco il suo interesse, ma rispondo sinceramente “contanti”. Non vedendolo soddisfatto aggiungo che potrei pagare anche con bancomat se servisse. Allora mi chiarisce il motivo della sua curiosità riguardo ai miei metodi di pagamento: ha finito le monete e non riesce a fare resti. Tutto chiaro. Mi faccio fare il pieno e il totale risulta 20 euro e 20 centesimi. Ho solo un pezzo da venti e quattro monetine da due cent ciascuna. Dico che mi spiace, ma lui mi rassicura, non importa, va bene così. Capite? C’ho guadagnato dodici centesimi! E io che pensavo che aver trovato il primo distributore guasto fosse stata una grande sfortuna…
giovedì 27 maggio 2010
Fanatismo religioso
Non rientra nei miei interessi sapere se tu sia cristiano, islamico o vuduista. Mi sta a cuore che tu non mi arda vivo, che non ti faccia esplodere in mia presenza o che mi infliggi sofferenze fisiche tramite spilloni e bambole. Si potrebbe dire che le religioni siano tutte buone, e tutte cattive parimente. Il punto focale, a mio parere, è avere prospettiva, o come gli antichi solevano dire: buonsenso. Spesso il credente, di qualsivoglia religione, è infervorato e totalmente obnubilato dal suo credo. Ne è ossessionato e arriva a pensare che la sua sia l’unica verità. Fin qui poco di male, anch’io spesso mi eleggo paladino della verità assoluta. Quando arrivano i problemi? Quando il nostro credente pensa: “io sono nel giusto, indi gli altri sono nell’errore”, soluzioni: forma democratica, quelli delle altre religioni sono stupidi, mi limito a ignorarli o insultarli; forma invasiva: occorre che, guidato dalla mano del mio dio/dei miei dei, vada e salvi queste anime perdute, le riporti nella retta via; forma apocalittica: gli altri sono irrecuperabili, sarà meglio che li tolga di mezzo. Penso che il fanatismo religioso sia presente in tutte e tre le reazioni, infatti fanatico non è soltanto colui che compie atti sconsiderati, quindi immediatamente condannabili, ma anche colui che diviene intransigente, ottuso, andando, praticamente sempre, contro i principi della sua stessa religione. John diceva “imagine there’s no countries... and no religion too”, mi commuovo tutte le volte che la sento, ma credo che sia un ideale puro, utopico. I popoli, la cui ossatura è composta da persone semplici, necessitano degli stati e delle religioni che li guidino. Questi vengono fondati basandosi su principi nobili e universali. Poi tutto va a mignotte. È inevitabile, è congenito nell’uomo. Subentra la furbizia, che è peggio della semplicità. Uomini furbi utilizzano stati e religioni come pretesti, come strumenti; e via ai conflitti, all’odio, al razzismo, al fanatismo e chi più ne ha più ne metta. Quello che auspicava John era che nessuno potesse più approfittare di certi poteri per far credere ai popoli che esistano gerarchie o classifiche all’interno di quella specie infestante che è l’Homo sapiens (per alcuni sapiens sapiens, per me non sapiens una mazza). Dunque gente: credete in quel che vi pare: uno, due o mille dei, o anche in Maradona (esiste una religione, non scherzo!), e siate non tolleranti, perché come diceva Gandhi la tolleranza è soltanto il primo passo, ma accoglienti verso tutti; non esiste nessun dio che conosca l’uomo meglio degli altri.
mercoledì 26 maggio 2010
Bob Geldof
Bob Geldof è un idiota. Un impostore e un bluff.
Vi piacerebbe sentirvelo dire, e invece le persone come questo irlandese DOC continueranno a darvi un meraviglioso, come dicono gli anglofoni, pain in the ass. Gente che non la smette mai, che non fa finta di non vedere, che non si fa scoraggiare, come faccio io ad esempio, dalla pochezza di tante persone, soprattutto persone influenti. Anche se non fosse l’uomo eccezionale che è, avendo fatto questo:
Tutto gli sarebbe comunque permesso…
Ora arriviamo al punto: One, l’associazione di Bono e Geldof ci ha beccati. Eh sì, speravamo di farla franca e invece quei ficcanaso questa volta ci hanno scoperti. Ecco un estratto di un articolo de La Stampa (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201005articoli/55363girata.asp)
"I capi di Stato decisero allora di raddoppiare gli aiuti portandoli a 50 miliardi di dollari l’anno, ciascuno in proporzione alle proprie possibilità. Eppure, denuncia One, finora è stato raccolto appena il 61 per cento di quella somma. Alcuni paesi hanno fatto la loro parte. La Gran Bretagna ha rispettato l’accordo quasi interamente versando il 93 per cento del pattuito. Gli Stati Uniti, virtuosi, il 150 per cento. Canada e Giappone si barcamenano. Altri, come Francia e Germania, sono rimasti indietro, riuscendo a recuperare solo il 25 per cento. In coda alla classifica, maglia nera assoluta, l’Italia, l’unica a distinguersi per aver addirittura ridotto il budget del 6 per cento, vale a dire meno 238 milioni di euro. Con buona pace delle belle parole pronunciate all’Aquila nel 2009.
«E’ ora di finirla, non si può consentire ai leader italiani di infettare ulteriormente il G7» dice al «Guardian» Jamie Drummond, direttore esecutivo di One. A mali estremi, estremi rimedi: «Devono essere buttati fuori. Valutando le promesse del G7 all’Africa succede che la terribile passività di governi come quello di Roma oscuri la lodevole performance degli inglesi e degli americani». Nel 2005 il premier Silvio Berlusconi promise di riuscire a passare dal miliardo di euro del 2004 a 3,838 miliardi entro il 2010. Un traguardo ambizioso ma già lontanissimo lo scorso anno quando Berlusconi, unico leader ancora in carica tra i firmatari di Gleneagles, ribadì all’Aquila di potercela fare. Nel giro di quattro anni, giurò «l’Italia avrebbe destinato agli aiuti lo 0,51 per cento del prodotto interno lordo»."
Questa non la commento neppure. Vorrei solo che i sostenitori di Berlusconi e di tutto il suo governo riflettessero qualche minuto, almeno qualche minuto nella loro vita (visto che c’è una seria possibilità che siano candidamente vergini di questa pratica).
Vi piacerebbe sentirvelo dire, e invece le persone come questo irlandese DOC continueranno a darvi un meraviglioso, come dicono gli anglofoni, pain in the ass. Gente che non la smette mai, che non fa finta di non vedere, che non si fa scoraggiare, come faccio io ad esempio, dalla pochezza di tante persone, soprattutto persone influenti. Anche se non fosse l’uomo eccezionale che è, avendo fatto questo:
Tutto gli sarebbe comunque permesso…
Ora arriviamo al punto: One, l’associazione di Bono e Geldof ci ha beccati. Eh sì, speravamo di farla franca e invece quei ficcanaso questa volta ci hanno scoperti. Ecco un estratto di un articolo de La Stampa (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201005articoli/55363girata.asp)
"I capi di Stato decisero allora di raddoppiare gli aiuti portandoli a 50 miliardi di dollari l’anno, ciascuno in proporzione alle proprie possibilità. Eppure, denuncia One, finora è stato raccolto appena il 61 per cento di quella somma. Alcuni paesi hanno fatto la loro parte. La Gran Bretagna ha rispettato l’accordo quasi interamente versando il 93 per cento del pattuito. Gli Stati Uniti, virtuosi, il 150 per cento. Canada e Giappone si barcamenano. Altri, come Francia e Germania, sono rimasti indietro, riuscendo a recuperare solo il 25 per cento. In coda alla classifica, maglia nera assoluta, l’Italia, l’unica a distinguersi per aver addirittura ridotto il budget del 6 per cento, vale a dire meno 238 milioni di euro. Con buona pace delle belle parole pronunciate all’Aquila nel 2009.
«E’ ora di finirla, non si può consentire ai leader italiani di infettare ulteriormente il G7» dice al «Guardian» Jamie Drummond, direttore esecutivo di One. A mali estremi, estremi rimedi: «Devono essere buttati fuori. Valutando le promesse del G7 all’Africa succede che la terribile passività di governi come quello di Roma oscuri la lodevole performance degli inglesi e degli americani». Nel 2005 il premier Silvio Berlusconi promise di riuscire a passare dal miliardo di euro del 2004 a 3,838 miliardi entro il 2010. Un traguardo ambizioso ma già lontanissimo lo scorso anno quando Berlusconi, unico leader ancora in carica tra i firmatari di Gleneagles, ribadì all’Aquila di potercela fare. Nel giro di quattro anni, giurò «l’Italia avrebbe destinato agli aiuti lo 0,51 per cento del prodotto interno lordo»."
Questa non la commento neppure. Vorrei solo che i sostenitori di Berlusconi e di tutto il suo governo riflettessero qualche minuto, almeno qualche minuto nella loro vita (visto che c’è una seria possibilità che siano candidamente vergini di questa pratica).
martedì 25 maggio 2010
Il linguaggio politico
Una volta, durante un esame universitario, una professoressa mi chiese se avessi mai pensato di intraprendere la carriera politica. Mi aveva posto questa domanda dopo il mio sfarzoso sproloquio appena concluso. Premessa: dell’argomento non sapevo un cazzo. Conclusione: cosa si chiede ad un politico quando deve parlare in pubblico? Semplicemente di non dire niente, di girare attorno agli argomenti ma non arrivare mai al punto, di parlare senza interruzioni e con sicurezza, in modo corretto ma non forbito (perché tutti possano non capire chiaramente), senza dimenticare l’indispensabile esibizione di una colossale faccia da culo. Sì perché, io quell’esame lo passai decentemente, ma dopo mi sentii un po’ una cacca umana, avendo mal tentato di celare le mie lacune e, essenzialmente, avendo provato ad ingannare la persona che mi stava di fronte. Imputo questa sensazione a qualcosa di simile alla coscienza grilloparlantiana; per fortuna sua, il politico non ne ha, altrimenti si dovrebbe sotterrare dopo ogni dichiarazione. Non voglio però essere ingiusto, non proprio tutti i politici, o perlomeno non tutti quelli di una certa corrente. Almeno questo concedetemelo: la sinistra verte in una situazione toccante, ma almeno a livello mediatico la gloria della massima meschinità è l’appannaggio delle destra italica. Basti pensare a colui che li rappresenta, il presidente del consiglio, e la risata nasce spontanea un po’ come la domanda di Lubrano. Praticamente egli può dire tutto, il contrario di tutto e il contrario del contrario di tutto in sole tre mosse, meglio del bianco che matta sempre in quattro mosse nelle settimana enigmistica e io non capisco mai come fa! Penso che non basti essere senza coscienza per parlare come fanno certi politici (ricordo che parlano alle persone che li stimano, a quelli che gli hanno affidato le loro vite perché si fidano di loro), ma occorra pure essere senza dignità. “Ladri di polli” diceva Rino.
lunedì 24 maggio 2010
Il cetriolo
(Wiki)Pressoché privo di calorie, il che lo rende comune nelle diete, è composto prevalentemente da acqua (96%), […] è ricco di sali minerali, vitamina C e aminoacidi.
Ottimo il cetriolo, e, pensate che fortuna per voi amanti di questo ortaggio, di tutti i cetrioli della terra io ve ne regalo la mia parte. Diciamolo: non è che sia buono, ed è pure inutile. “Mangia i cetrioli, non fanno male, sono fatti quasi solo d’acqua”, infatti io mi bevo un salutare bicchiere di acqua fresca e non rovino né l’insalata russa né la panzanella. Appunto: chi non conoscesse la panzanella toscana sappia che si perde qualcosa di meraviglioso. Questo falso zucchino (tenta di imitarlo, ma non ce la fa proprio) ha la strepitosa capacità di mettersi in evidenza sopra tutto e tutti. Preparate un ottimo piatto, vi cade per sbaglio una sola fettina di cetriolo anche solo nei suoi paraggi e siete rovinati: la vostra portata saprà inevitabilmente di cetriolo. Uniche circostanze in cui la presenza del cetriolo sia tollerabile sono: nello Tzatziki, la squisita salsa greca (e non solo), oppure, come un amico polacco mi ha insegnato, dentro la vodka polacca, da provare.
Ottimo il cetriolo, e, pensate che fortuna per voi amanti di questo ortaggio, di tutti i cetrioli della terra io ve ne regalo la mia parte. Diciamolo: non è che sia buono, ed è pure inutile. “Mangia i cetrioli, non fanno male, sono fatti quasi solo d’acqua”, infatti io mi bevo un salutare bicchiere di acqua fresca e non rovino né l’insalata russa né la panzanella. Appunto: chi non conoscesse la panzanella toscana sappia che si perde qualcosa di meraviglioso. Questo falso zucchino (tenta di imitarlo, ma non ce la fa proprio) ha la strepitosa capacità di mettersi in evidenza sopra tutto e tutti. Preparate un ottimo piatto, vi cade per sbaglio una sola fettina di cetriolo anche solo nei suoi paraggi e siete rovinati: la vostra portata saprà inevitabilmente di cetriolo. Uniche circostanze in cui la presenza del cetriolo sia tollerabile sono: nello Tzatziki, la squisita salsa greca (e non solo), oppure, come un amico polacco mi ha insegnato, dentro la vodka polacca, da provare.
sabato 22 maggio 2010
Il Call center
Che meravigliosa invenzione! Non capisco come non sia stato assegnato il Nobel per l’economia all’individuo che ha ideato il primo call center. È semplicemente geniale. Prima di tutto ci fai lavorare delle persone in condizioni disumane e pagandole una miseria, e già questo dal punto di vista di un’azienda che si rispetti è un successo. Poi ti lavi le mani, a livelli che Ponzio Pilato a confronto è un novellino, del rapporto con il cliente. Tu come azienda non esisti più. Geniale! Il cliente che vuole delle informazioni o ha un problema non può più romperti le palle. Tu deleghi dei disperati, che dovendo mangiare, accettano questo lavoro terrificante, a parlare con i tuoi clienti, partendo dal presupposto che non è colpa loro, visto che non hanno nulla a che fare con l’azienda, e comunque vada, anche se il cliente è inviperito, tratterà male il povero operatore e non te. Ripeto: geniale! Non trascurabile, inoltre, è il fatto che la barriera che il call center frappone tra utente e azienda scoraggia il cliente a chiamare e rende la società per delinquere che possiede il call center un’entità astratta e irraggiungibile (se fossero raggiungibili quanti calci nel culo prenderebbero…). Vorrei spiegare meglio perché il call center scoraggia il cliente a chiamare: avrete presente che per poter parlare con un operatore bisogna schiacciare più o meno settecentotrentadue tasti? Direi che è un primo passo piuttosto fastidioso. Ovviamente è studiato a tavolino, quei geniacci, inventori dei percorsi guidati con la simpaticissima vocina preregistrata, lo fanno apposta di metterci di fronte a scelte incomprensibili del tipo: “se vuole avere informazioni sul suo conto digiti 1, se vuole gestire le informazioni del suo conto prema 2, se vuole discutere a proposito del suo conto schiacci 3, se vuole controllare i pagamenti del suo conto faccia pressione sul tasto 4, se vuole avere informazioni sui pagamenti relativi al suo conto dia una testata al 5, ecc..”. Un uomo, o donna che sia, sano di mente, riattacca già al numero tre. Poi ci sono le interminabili attese, che di per sé ci possono stare, come in posta o in banca, uno aspetta qualche minuto; ma quelle musichine!?!? Ma chi le sceglie le musiche? Il cliente sano di mente dopo sei secondi di musichetta riattacca. Ammesso che, nonostante i primi grossi scogli, uno riesca a parlare con un operatore, c’è poi una trafila immane da fare; perché questo povero cristo è uno a cui hanno fatto quarantacinque minuti di formazione, non è che sia un esperto del settore, quindi deve chiedere, informarsi, telefonare e via dicendo. Spesso non si arriva a capo della situazione e sale la frustrazione. Cosa fare? Non si può trattare male un neolaureato a pieni voti che per non morire di fame accetta quel lavoro degradante. Perciò accumuliamo frustrazione, e la domenica andiamo a fare a botte allo stadio, e magari a insultare Balotelli, che comunque ci sta sempre.
venerdì 21 maggio 2010
Quelli che guardano i tg
Basta, non se ne può più! Smettete di guardate i telegiornali e, soprattutto, smettete di pensare che la televisione sia un organo di informazione. La televisione fa schifo quasi in toto, ma almeno se la volete prendere come intrattenimento (se per voi quello è intrattenimento mi sa che dovreste aprire la porta di casa e vedere il mondo ogni tanto), prendetela alla leggera e basta, non fidatevi di quello che vi vogliono propinare. Il giornalismo televisivo, perlomeno delle televisioni in chiaro, fa ridere, si potrebbe dire che è offensivo per i giornalisti veri definirlo giornalismo. L’informazione è parziale, filtrata, sottomessa ai poteri politici. Comprate i giornali, navigate su internet e cercate le informazioni, non subite quella maledetta scatola, che oggi è più un quadro. Adesso che ci penso mi spiego la violenza negli stadi: gli ultrà guardano tutta la settimana i telegiornali (pensate di guardare due volte al giorno Emilio Fede… lo so questa è cattiva, non pensatelo, scherzavo) e quando arrivano al fine settimana devono sfogarsi per forza! Per concludere, estenderei l’invito a non guardare più i telegiornali a non guardare più del tutto quel cancro sociale che è la televisione. Un saluto e buona lettura ;)
giovedì 20 maggio 2010
L'ultrà
Questo curioso animale rappresenta una delle espressioni più basse della società e della cultura umana. Sebbene gli schiavisti e i politici siano più in basso nella scala demenziometrica dell’uomo, il nostro ultrà presenta caratteristiche ragguardevoli. Prima di tutto c’è da sottolineare come egli esista solo all’interno di un gruppo, il gregge dei supertifosi (nel senso che sono sopra il tifo, sopra allo sport, anzi con lo sport non c’entrano assolutamente nulla). Quindi, quando l’ultrà si aggrega al gruppo si sente forte, specialmente alla domenica o comunque durante le manifestazioni sportive, e qui può dare il peggio di sé. Il resto della settimana lo impiega nelle attività più svariate, magari mantenendo un tenore di vita medio, con un lavoro e degli hobby; in realtà non fa altro che accumulare rabbia, odio e frustrazione, che puntualmente vengono rilasciati nel luogo meno opportuno: quello del divertimento e della gioia che dovrebbero essere competenza dello sport. Dicevamo che l’ultrà non c’entra niente con lo sport, infatti la maggior parte di essi non capisce niente di quello che dovrebbe essere la loro ragione di vita. Per cui si assiste soventemente a proteste e cori che partono da semplici presupposti: noi abbiamo sempre ragione, l’avversario ha sempre torto e in più è un bastardo, l’arbitro è cornuto, la sfiga ce l’ha sempre con noi (vedi “De superstitione”). Negli stadi, come nei palazzetti e affini, i miei preferiti sono quelli che non guardano mai la manifestazione sportiva, ma passano quelle due orette a sbraitare verso la gente che non urla a squarciagola. Questi pagano pure! Capite che uno stuart, poretto se ne sta lì e guarda il pubblico tutto il tempo, ma almeno è pagato, è il suo lavoro. Questi dementi invece pagano per vedere uno sport che neppure guardano, si occupano solo dei tifosi. E poi, naturalmente, le chicche assolute: il ritrovarsi fuori dallo stadio o negli autogrill per darsele di santa ragione con i tifosi avversari, la costruzione di ordigni di varia entità e l’ideazione di cori e striscioni per vincere le varie categorie della volgarità, del razzismo e dell’analfabetismo. L’imbecillità impervers-ava/a/erà in ogni dove, ma qui raggiunge livelli d’eccezione, e questo mi duole particolarmente, andando a ledere una cosa come lo sport, che potrebbe essere un mondo meraviglioso (ovviamente la colpa va distribuita anche agli interessi e i soldi che portano il marciume), e insieme ad esso il mondo del tifo: il supporto alla squadra, l’affetto, la festa, lo sfottò verso i tifosi avversari, le prese in giro con gli amici e le palpitazioni per il risultato finale.
Dulcis in fundo, mi stavo dimenticando delle ultime perle provenenti dall’esasperazione del tifo stile ultrà, come supportare la squadra avversaria perché diretta concorrente della squadra rivale. Non esistono termini nel vocabolario per definirli, so solo che se fossi stato un giocatore della Lazio avrei smesso di giocare. Che vergogna…
Dulcis in fundo, mi stavo dimenticando delle ultime perle provenenti dall’esasperazione del tifo stile ultrà, come supportare la squadra avversaria perché diretta concorrente della squadra rivale. Non esistono termini nel vocabolario per definirli, so solo che se fossi stato un giocatore della Lazio avrei smesso di giocare. Che vergogna…
mercoledì 19 maggio 2010
Il piccione
Il piccione, o colombo viaggiatore è un uccello dell’ordine dei colombiformi (italianizzato, visto che il latino ci si incastra sempre fra i denti), è una specie cosmopolita, nel senso che rompe i coglioni in tutti gli angoli della terra. Non è che io voglia fare un’invettiva sul piccione in generale, magari se fossero di meno si starebbe meglio, ma, da buon naturalista, amo tutte le forme viventi e sono conscio del suo ruolo negli equilibri degli ecosistemi. Ma mi chiedo: perché se parcheggio la macchina in un luogo pulito e tranquillo, quando torno me la ritrovo tassativamente ricoperta di merda?!?!?
Non conosco l’etologia di questo pennuto, ma ci deve essere, appurato che non credo alla sfiga, una relazione tra la presenza della mia macchina e la voglia del suddetto animale di fare i propri bisogni. Quindi potremmo avanzare delle ipotesi: la prima che mi viene in mente è che esista una competizione internazionale, organizzata dalla WPA (World Pigeons Association), il cui scopo è quello di imbrattare più macchine, moto e persone possibili. Oppure il piccione, volatile rispettoso della madre terra, cerca sempre di farla sopra qualcosa, per evitare di imbrattare il suolo. Magari lo fanno per superstizione…
Qualsiasi ragione, ammesso che ci sia, ci possa essere dietro all’increscioso fatto, ti dedichiamo quest’ode di genesi romana: O piccione, ma vattene a mori’ ammazzato!
Non conosco l’etologia di questo pennuto, ma ci deve essere, appurato che non credo alla sfiga, una relazione tra la presenza della mia macchina e la voglia del suddetto animale di fare i propri bisogni. Quindi potremmo avanzare delle ipotesi: la prima che mi viene in mente è che esista una competizione internazionale, organizzata dalla WPA (World Pigeons Association), il cui scopo è quello di imbrattare più macchine, moto e persone possibili. Oppure il piccione, volatile rispettoso della madre terra, cerca sempre di farla sopra qualcosa, per evitare di imbrattare il suolo. Magari lo fanno per superstizione…
Qualsiasi ragione, ammesso che ci sia, ci possa essere dietro all’increscioso fatto, ti dedichiamo quest’ode di genesi romana: O piccione, ma vattene a mori’ ammazzato!
martedì 18 maggio 2010
La settima arte
Il buon Rino aveva un fratello che era pure figlio unico perché non aveva mai giudicato un film senza prima vederlo. Una volta ho sentito quel tronfio di Zeffirelli inveire contro La passione di Cristo di Mel Gibson, per poi ammettere candidamente, a fine discorso, che non lo aveva neppure visto. Rimango perplesso. Al di là delle doti di preveggente che possa avere quel signore o chi per lui, e, al di là del fatto che più o meno un film lo si può inquadrare da informazioni, trailer e conoscenza degli autori, se esprimi giudizi su di un film che non hai ancora visto sei un pirlone!
Il titolo del post è quasi provocatorio, non direi che il cinema è un’arte, forse una sorella minore; ma, anche se alcune sue manifestazioni si avvicinano molto all’arte, proviamo ad focalizzarci sul lato più commerciale, di intrattenimento e divertimento di cui il cinema può e dovrebbe occuparsi. Perché la gente non capisce assolutamente niente di cinema? Forse sono tutti superstiziosi, non so. Non è che la storia del cinema sia costellata di soli capolavori, anche in passato venivano fatte delle ciofeche rimarchevoli, ma oggi siamo molto evoluti da questo punto di vista. A mio modesto parere è la televisione che ha distrutto e sta distruggendo il cinema. Prendiamo oggi un pirlone che guarda reality tutto il santo giorno, e magari pure delle fiction (attimo di pausa per recitare l’atto di dolore, perché ho pronunciato questa immonda parola). Ora, come cavolo fa, questo decerebrato (nel senso che gli è stato tolto il cervello, ce lo aveva in origine), a distinguere un buon film dalla spazzatura? Come può avere la capacità critica se non ne ha gli strumenti? Risposta: non può, continuerà a godersi i Vanzina strozzandosi di pop corn e a votare l’imperatore. La cosa brutta è che di cineasti bravi ce ne sono anche oggi, ma diventano sempre più di nicchia, invisibili, chiusi da distribuzioni ottuse. Ma, anche se arrivassero al grande pubblico, questo non sarebbe in grado di gioirne, perché non ha un’educazione all’immagine, non apprezza la narrazione più sottile o complessa o semplicemente fatta come dio comanda!
Mi sa che questo intervento ha mancato lo scopo dell’invettiva e dello sfogo salutare, sono caduto nell’amarezza, e questo non fa bene. La prossima volta cercherò di far meglio. :)
Il titolo del post è quasi provocatorio, non direi che il cinema è un’arte, forse una sorella minore; ma, anche se alcune sue manifestazioni si avvicinano molto all’arte, proviamo ad focalizzarci sul lato più commerciale, di intrattenimento e divertimento di cui il cinema può e dovrebbe occuparsi. Perché la gente non capisce assolutamente niente di cinema? Forse sono tutti superstiziosi, non so. Non è che la storia del cinema sia costellata di soli capolavori, anche in passato venivano fatte delle ciofeche rimarchevoli, ma oggi siamo molto evoluti da questo punto di vista. A mio modesto parere è la televisione che ha distrutto e sta distruggendo il cinema. Prendiamo oggi un pirlone che guarda reality tutto il santo giorno, e magari pure delle fiction (attimo di pausa per recitare l’atto di dolore, perché ho pronunciato questa immonda parola). Ora, come cavolo fa, questo decerebrato (nel senso che gli è stato tolto il cervello, ce lo aveva in origine), a distinguere un buon film dalla spazzatura? Come può avere la capacità critica se non ne ha gli strumenti? Risposta: non può, continuerà a godersi i Vanzina strozzandosi di pop corn e a votare l’imperatore. La cosa brutta è che di cineasti bravi ce ne sono anche oggi, ma diventano sempre più di nicchia, invisibili, chiusi da distribuzioni ottuse. Ma, anche se arrivassero al grande pubblico, questo non sarebbe in grado di gioirne, perché non ha un’educazione all’immagine, non apprezza la narrazione più sottile o complessa o semplicemente fatta come dio comanda!
Mi sa che questo intervento ha mancato lo scopo dell’invettiva e dello sfogo salutare, sono caduto nell’amarezza, e questo non fa bene. La prossima volta cercherò di far meglio. :)
lunedì 17 maggio 2010
De superstitione
Quale miglior data per inaugurare il blog? A fagiolo, o a pisello, a seconda delle preferenze, capita questo numero fatidico: diciassette. Senza troppo dilungarsi sulle origini delle credenza: se per l’anagramma di VIXI o per battaglie romane o per lo sterminio dei Templari (Giacobbo c’hai fatto due palle…), vorrei invece concentrarmi sul fenomeno superstizione.
Premessa maggiore: i superstiziosi sono tutti allocchi.
Premessa minore: tutti gli italiani sono superstiziosi.
Conclusione: Berlusconi impera ;)
Lasciamo perdere la politica. Ma come si fa ad essere superstiziosi? Io capisco i maniaci compulsivi, d’altronde se non spegni la luce sei volte finisce il mondo, e fin qui tutti d’accordo; ma, se una persona “sana” arriva a pensare che il 17 porta male e il 18 bene (magari perché si spalancano le porte della camporella) qualcosa non va. Siamo nel terzo millennio, ci avete rotto le palle con le superstizioni!!! Perché poi, queste, apparentemente innocue, credenze arrivano ad avere conseguenze reali nella vita della gente. Il guidatore di ambulanza può guidare con una sola mano (avendo l’altra in posizione anti-sfiga) e questo rende la guida meno sicura, per smantellare edifici con pareti a specchio occorrono condannati a morte, ogni volta che si è in tredici a tavola bisogna necessariamente ucciderne uno. Meditate gente, perché se insegnate a un bambino che qualcosa di irrazionale e inspiegabile come la superstizione è vero, questo o rimarrà scemo per tutta la vita o farà comunque fatica a liberarsi di questi pregiudizi.
Premessa maggiore: i superstiziosi sono tutti allocchi.
Premessa minore: tutti gli italiani sono superstiziosi.
Conclusione: Berlusconi impera ;)
Lasciamo perdere la politica. Ma come si fa ad essere superstiziosi? Io capisco i maniaci compulsivi, d’altronde se non spegni la luce sei volte finisce il mondo, e fin qui tutti d’accordo; ma, se una persona “sana” arriva a pensare che il 17 porta male e il 18 bene (magari perché si spalancano le porte della camporella) qualcosa non va. Siamo nel terzo millennio, ci avete rotto le palle con le superstizioni!!! Perché poi, queste, apparentemente innocue, credenze arrivano ad avere conseguenze reali nella vita della gente. Il guidatore di ambulanza può guidare con una sola mano (avendo l’altra in posizione anti-sfiga) e questo rende la guida meno sicura, per smantellare edifici con pareti a specchio occorrono condannati a morte, ogni volta che si è in tredici a tavola bisogna necessariamente ucciderne uno. Meditate gente, perché se insegnate a un bambino che qualcosa di irrazionale e inspiegabile come la superstizione è vero, questo o rimarrà scemo per tutta la vita o farà comunque fatica a liberarsi di questi pregiudizi.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
