Entravo poc'anzi in un piccolo locale affollato di persone. Mi munisco del numero d'attesa e mi siedo su una comoda sedia di legno marmoreo. Mi guardo attorno sospettoso, esco e controllo: sì sono le poste, dunque torno dentro e mi rimetto seduto. Per un attimo avevo creduto di essere entrato nella geriatria di un ospedale, ma evidentemente, che io possa essere il nipote di praticamente tutti qui dentro, è solo un caso. Anzi non proprio di tutti, c'è una ragazza in dolce attesa ritta allo sportello dei pagamenti, con la madre, e degli zoccoli inaccettabili. L'Italia non è un paese di anziani, è semplicemente un paese senza giovani; basta vedere questo posto e il parlamento.
Comincio a sentire delle voci attorno a me, e un nuovo dilemma mi assale. Che un varco dimensionale mi abbia catapultato a Salerno o a Crotone? Poi un “ne vuole quattro signore?” pronunciato dalla signora dello sportello ad un canuto cliente mi ricorda che sono a Torino. Credo sia dovuto alle migrazioni industriali delle generazioni passate, ma in questa città si fa fatica a trovare i piemontesi. Dicevo che la frase mi ha confermato la lingua: penserete alla o di signore, molto aperta come fanno i locali. Invece no, perché il torinese non apre soltanto le o e le e, ma è in grado di aprire la a. Ora mi direte che la a è sempre uguale, non c'è aperta o chiusa. Vuol dire che non avete sentito parlare uno di Turin.
Mi ripropongo sempre di pagare le bollette tramite conto corrente, o di sbrigare le altre operazioni in maniera più semplice. Eppure, tutte le volte che torno in questo luogo magico finisco per esserne felice. Questo anacronismo sfacciato, ai tempi di internet e degli iPhone, questa attesa immotivata, sono così umani che vanno bene come sono.
C'è un signore che si avvicina allo sportello, è vecchissimo, ha persino le pantofole felpate. Ci avrà messo trenta secondi a fare due metri. Appoggia il bastone allo sportello, tira fuori un foglio dalla tasca della giacca e lo porge sorridendo alla signora. Come fai a spiegare a un imprenditore superattivo che certe cose necessitano di tempo?
Poi una svolta inattesa, un colpo di mano dello sceneggiatore: un signore distinto, che trasuda bon ton da tutti i pori, il volto incorniciato da due orecchie irrevocabilmente degne del Buddha, si rivolge alla signora davanti a lui. “Signora, è un'ora che è lì...” e lascia la frase aleggiare nell'aria, quasi come se dovesse terminare da sola. La corpulenta signora si volta lentamente dallo sportello, visibilmente colta di sorpresa, e riesce solo a dire qualcosa sul fatto che lei ha aspettato per un'ora prima che venisse il suo turno. Ma i suoi occhi dicono quello che una donna che ha superato una certa età non riesce più a dire, probabilmente perché prova pena per quel bifolco.
Entra un'altra persona, la guardo bene, è una ragazza! Anche lei mi guarda, con lo sguardo mi chiede: “e tu che c'entri qui?”, io, quasi a discolparmi faccio un'espressione a metà tra la sorpresa e e la richiesta di pietà. Siamo quasi arrivati al fatidico 166. Com'è che con l'avvicinarsi del tuo numero si veirificano sempre: uno sportello che chiude senza apparenti ragioni. Una coppia di anziani, inevitabilmente composta da almeno un membro quasi sordo (in questo caso lui) che ricevono interessanti proposte finanziarie dall'impiegata, che solo per realizzarne il significato ce ne vuole a non finire. La signora che chiede qualcosa di talmente complesso che l'impiegata scartabella concitata l'Edipo a Colono per venirne a capo? Non lo so perché, ci deve essere lo zampino di Murphy.
Finalmente compare nel display luminoso il mio numero fortunato. Quaranta minuti di attesa per otto secondi di operazione, bolletta pagata. Ciò nonostante, quando esco da quel posto, lasciando i miei compagni di viaggio, un po' mi dispiaccio. Non per la signora insopportabile che si lamenta per il suo pacco e per l'attesa, mentre io pago la bolletta. Quella poteva pure starsene a casa. Ma l'insieme di questo luogo è una tappa del mio tempo a cui non posso rinunciare.
Del resto, stiamo passeggiando, se non guardiamo il paesaggio che senso ha passeggiare?
martedì 12 aprile 2011
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