sabato 29 maggio 2010

La bionda italiana




Ecco cosa di buono ha fatto la Peroni nella sua storia: Solvi Stubing.
Diciamolo chiaramente, la Peroni non è mica buona eh. Le birre italiane in genere non sono straordinarie, ma la bionda più famosa del Belpaese proprio non va. Mi è capitato di sudare sette camicie e anche otto, per arrivare in fondo ad una birretta piccola. Amara, acidula, bollicine piccole e pungenti. Almeno le campagne pubblicitarie con le gnocche sono acute e mai sessiste...

venerdì 28 maggio 2010

Il distributore gpl

La mia macchina si muove utilizzando la combustione del gpl. Il gas di petrolio liquefatto (o gas propano liquido) mi sembra una buona soluzione, come il gas metano: inquinano entrambi meno della benzina o del gasolio e costano di meno. D’accordo che sono anch’esse energie non rinnovabili e si potrebbe fare di meglio, ma almeno ci si prova. La questione è: come mai, tutte le volte che il gpl sta per finire in autostrada, io mi fermo all’area di servizio con l’insegna verde in cui campeggia orgogliosa la scritta gpl, e puntualmente mi ritrovo un’aureola di variopinti birilli attorno alla pompa del gas; oppure il dozzinale cartello “fuori servizio” scritto immancabilmente col tremolante pennarellone nero. Qualcuno mi spiega se queste benedette pompe del gpl si guastano in continuazione o se io sono certosino nel beccarle tutte? O magari c’è un complotto governativo ai miei danni? Sul complotto ora che ci penso qualcosa di vero potrebbe esserci. Volendo fare il Fox Mulder della situazione mi è capitato di notare come le grandi compagnie petrolifere (vedi Shell ed Esso, che non so neppure se siano le due più importanti, come recita la famosa catena o presunta iniziativa di Beppe Grillo) non offrano praticamente mai i carburanti alternativi come gpl e metano. Mi pare che solo i distributori più piccoli, con un minor numero di pompe in giro per l’Italia adottino la politica della libertà di scelta. Sta di fatto che, se il distributore di gpl viene trovato, immancabilmente è rotto. Almeno il primo. Non vedo l’ora che finisca il petrolio, che gli sceicchi vadano in giro per il mondo a vendere catenine fatte a mano e che la British Petroleum non abbia più la possibilità di distruggere paradisi naturali, neanche facendolo apposta. Questo non c’entrava niente, ma l’odio verso il petrolio, la benzina e tutto ciò che ne deriva è forte. Oggi è stato comunque un rifornimento fortunato. Mi sono fermato davanti alla monopompa del gpl (a fronte delle novantasei benzina/gasolio) e è arrivato l’ometto in tuta verde. Mi chiede se voglio pagare in contanti o con bancomat. Non capisco il suo interesse, ma rispondo sinceramente “contanti”. Non vedendolo soddisfatto aggiungo che potrei pagare anche con bancomat se servisse. Allora mi chiarisce il motivo della sua curiosità riguardo ai miei metodi di pagamento: ha finito le monete e non riesce a fare resti. Tutto chiaro. Mi faccio fare il pieno e il totale risulta 20 euro e 20 centesimi. Ho solo un pezzo da venti e quattro monetine da due cent ciascuna. Dico che mi spiace, ma lui mi rassicura, non importa, va bene così. Capite? C’ho guadagnato dodici centesimi! E io che pensavo che aver trovato il primo distributore guasto fosse stata una grande sfortuna…

giovedì 27 maggio 2010

Fanatismo religioso

Non rientra nei miei interessi sapere se tu sia cristiano, islamico o vuduista. Mi sta a cuore che tu non mi arda vivo, che non ti faccia esplodere in mia presenza o che mi infliggi sofferenze fisiche tramite spilloni e bambole. Si potrebbe dire che le religioni siano tutte buone, e tutte cattive parimente. Il punto focale, a mio parere, è avere prospettiva, o come gli antichi solevano dire: buonsenso. Spesso il credente, di qualsivoglia religione, è infervorato e totalmente obnubilato dal suo credo. Ne è ossessionato e arriva a pensare che la sua sia l’unica verità. Fin qui poco di male, anch’io spesso mi eleggo paladino della verità assoluta. Quando arrivano i problemi? Quando il nostro credente pensa: “io sono nel giusto, indi gli altri sono nell’errore”, soluzioni: forma democratica, quelli delle altre religioni sono stupidi, mi limito a ignorarli o insultarli; forma invasiva: occorre che, guidato dalla mano del mio dio/dei miei dei, vada e salvi queste anime perdute, le riporti nella retta via; forma apocalittica: gli altri sono irrecuperabili, sarà meglio che li tolga di mezzo. Penso che il fanatismo religioso sia presente in tutte e tre le reazioni, infatti fanatico non è soltanto colui che compie atti sconsiderati, quindi immediatamente condannabili, ma anche colui che diviene intransigente, ottuso, andando, praticamente sempre, contro i principi della sua stessa religione. John diceva “imagine there’s no countries... and no religion too”, mi commuovo tutte le volte che la sento, ma credo che sia un ideale puro, utopico. I popoli, la cui ossatura è composta da persone semplici, necessitano degli stati e delle religioni che li guidino. Questi vengono fondati basandosi su principi nobili e universali. Poi tutto va a mignotte. È inevitabile, è congenito nell’uomo. Subentra la furbizia, che è peggio della semplicità. Uomini furbi utilizzano stati e religioni come pretesti, come strumenti; e via ai conflitti, all’odio, al razzismo, al fanatismo e chi più ne ha più ne metta. Quello che auspicava John era che nessuno potesse più approfittare di certi poteri per far credere ai popoli che esistano gerarchie o classifiche all’interno di quella specie infestante che è l’Homo sapiens (per alcuni sapiens sapiens, per me non sapiens una mazza). Dunque gente: credete in quel che vi pare: uno, due o mille dei, o anche in Maradona (esiste una religione, non scherzo!), e siate non tolleranti, perché come diceva Gandhi la tolleranza è soltanto il primo passo, ma accoglienti verso tutti; non esiste nessun dio che conosca l’uomo meglio degli altri.

mercoledì 26 maggio 2010

Bob Geldof

Bob Geldof è un idiota. Un impostore e un bluff.
Vi piacerebbe sentirvelo dire, e invece le persone come questo irlandese DOC continueranno a darvi un meraviglioso, come dicono gli anglofoni, pain in the ass. Gente che non la smette mai, che non fa finta di non vedere, che non si fa scoraggiare, come faccio io ad esempio, dalla pochezza di tante persone, soprattutto persone influenti. Anche se non fosse l’uomo eccezionale che è, avendo fatto questo:



Tutto gli sarebbe comunque permesso…

Ora arriviamo al punto: One, l’associazione di Bono e Geldof ci ha beccati. Eh sì, speravamo di farla franca e invece quei ficcanaso questa volta ci hanno scoperti. Ecco un estratto di un articolo de La Stampa (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201005articoli/55363girata.asp)

"I capi di Stato decisero allora di raddoppiare gli aiuti portandoli a 50 miliardi di dollari l’anno, ciascuno in proporzione alle proprie possibilità. Eppure, denuncia One, finora è stato raccolto appena il 61 per cento di quella somma. Alcuni paesi hanno fatto la loro parte. La Gran Bretagna ha rispettato l’accordo quasi interamente versando il 93 per cento del pattuito. Gli Stati Uniti, virtuosi, il 150 per cento. Canada e Giappone si barcamenano. Altri, come Francia e Germania, sono rimasti indietro, riuscendo a recuperare solo il 25 per cento. In coda alla classifica, maglia nera assoluta, l’Italia, l’unica a distinguersi per aver addirittura ridotto il budget del 6 per cento, vale a dire meno 238 milioni di euro. Con buona pace delle belle parole pronunciate all’Aquila nel 2009.
«E’ ora di finirla, non si può consentire ai leader italiani di infettare ulteriormente il G7» dice al «Guardian» Jamie Drummond, direttore esecutivo di One. A mali estremi, estremi rimedi: «Devono essere buttati fuori. Valutando le promesse del G7 all’Africa succede che la terribile passività di governi come quello di Roma oscuri la lodevole performance degli inglesi e degli americani». Nel 2005 il premier Silvio Berlusconi promise di riuscire a passare dal miliardo di euro del 2004 a 3,838 miliardi entro il 2010. Un traguardo ambizioso ma già lontanissimo lo scorso anno quando Berlusconi, unico leader ancora in carica tra i firmatari di Gleneagles, ribadì all’Aquila di potercela fare. Nel giro di quattro anni, giurò «l’Italia avrebbe destinato agli aiuti lo 0,51 per cento del prodotto interno lordo»."

Questa non la commento neppure. Vorrei solo che i sostenitori di Berlusconi e di tutto il suo governo riflettessero qualche minuto, almeno qualche minuto nella loro vita (visto che c’è una seria possibilità che siano candidamente vergini di questa pratica).

martedì 25 maggio 2010

Il linguaggio politico

Una volta, durante un esame universitario, una professoressa mi chiese se avessi mai pensato di intraprendere la carriera politica. Mi aveva posto questa domanda dopo il mio sfarzoso sproloquio appena concluso. Premessa: dell’argomento non sapevo un cazzo. Conclusione: cosa si chiede ad un politico quando deve parlare in pubblico? Semplicemente di non dire niente, di girare attorno agli argomenti ma non arrivare mai al punto, di parlare senza interruzioni e con sicurezza, in modo corretto ma non forbito (perché tutti possano non capire chiaramente), senza dimenticare l’indispensabile esibizione di una colossale faccia da culo. Sì perché, io quell’esame lo passai decentemente, ma dopo mi sentii un po’ una cacca umana, avendo mal tentato di celare le mie lacune e, essenzialmente, avendo provato ad ingannare la persona che mi stava di fronte. Imputo questa sensazione a qualcosa di simile alla coscienza grilloparlantiana; per fortuna sua, il politico non ne ha, altrimenti si dovrebbe sotterrare dopo ogni dichiarazione. Non voglio però essere ingiusto, non proprio tutti i politici, o perlomeno non tutti quelli di una certa corrente. Almeno questo concedetemelo: la sinistra verte in una situazione toccante, ma almeno a livello mediatico la gloria della massima meschinità è l’appannaggio delle destra italica. Basti pensare a colui che li rappresenta, il presidente del consiglio, e la risata nasce spontanea un po’ come la domanda di Lubrano. Praticamente egli può dire tutto, il contrario di tutto e il contrario del contrario di tutto in sole tre mosse, meglio del bianco che matta sempre in quattro mosse nelle settimana enigmistica e io non capisco mai come fa! Penso che non basti essere senza coscienza per parlare come fanno certi politici (ricordo che parlano alle persone che li stimano, a quelli che gli hanno affidato le loro vite perché si fidano di loro), ma occorra pure essere senza dignità. “Ladri di polli” diceva Rino.

lunedì 24 maggio 2010

Il cetriolo

(Wiki)Pressoché privo di calorie, il che lo rende comune nelle diete, è composto prevalentemente da acqua (96%), […] è ricco di sali minerali, vitamina C e aminoacidi.
Ottimo il cetriolo, e, pensate che fortuna per voi amanti di questo ortaggio, di tutti i cetrioli della terra io ve ne regalo la mia parte. Diciamolo: non è che sia buono, ed è pure inutile. “Mangia i cetrioli, non fanno male, sono fatti quasi solo d’acqua”, infatti io mi bevo un salutare bicchiere di acqua fresca e non rovino né l’insalata russa né la panzanella. Appunto: chi non conoscesse la panzanella toscana sappia che si perde qualcosa di meraviglioso. Questo falso zucchino (tenta di imitarlo, ma non ce la fa proprio) ha la strepitosa capacità di mettersi in evidenza sopra tutto e tutti. Preparate un ottimo piatto, vi cade per sbaglio una sola fettina di cetriolo anche solo nei suoi paraggi e siete rovinati: la vostra portata saprà inevitabilmente di cetriolo. Uniche circostanze in cui la presenza del cetriolo sia tollerabile sono: nello Tzatziki, la squisita salsa greca (e non solo), oppure, come un amico polacco mi ha insegnato, dentro la vodka polacca, da provare.

sabato 22 maggio 2010

Il Call center

Che meravigliosa invenzione! Non capisco come non sia stato assegnato il Nobel per l’economia all’individuo che ha ideato il primo call center. È semplicemente geniale. Prima di tutto ci fai lavorare delle persone in condizioni disumane e pagandole una miseria, e già questo dal punto di vista di un’azienda che si rispetti è un successo. Poi ti lavi le mani, a livelli che Ponzio Pilato a confronto è un novellino, del rapporto con il cliente. Tu come azienda non esisti più. Geniale! Il cliente che vuole delle informazioni o ha un problema non può più romperti le palle. Tu deleghi dei disperati, che dovendo mangiare, accettano questo lavoro terrificante, a parlare con i tuoi clienti, partendo dal presupposto che non è colpa loro, visto che non hanno nulla a che fare con l’azienda, e comunque vada, anche se il cliente è inviperito, tratterà male il povero operatore e non te. Ripeto: geniale! Non trascurabile, inoltre, è il fatto che la barriera che il call center frappone tra utente e azienda scoraggia il cliente a chiamare e rende la società per delinquere che possiede il call center un’entità astratta e irraggiungibile (se fossero raggiungibili quanti calci nel culo prenderebbero…). Vorrei spiegare meglio perché il call center scoraggia il cliente a chiamare: avrete presente che per poter parlare con un operatore bisogna schiacciare più o meno settecentotrentadue tasti? Direi che è un primo passo piuttosto fastidioso. Ovviamente è studiato a tavolino, quei geniacci, inventori dei percorsi guidati con la simpaticissima vocina preregistrata, lo fanno apposta di metterci di fronte a scelte incomprensibili del tipo: “se vuole avere informazioni sul suo conto digiti 1, se vuole gestire le informazioni del suo conto prema 2, se vuole discutere a proposito del suo conto schiacci 3, se vuole controllare i pagamenti del suo conto faccia pressione sul tasto 4, se vuole avere informazioni sui pagamenti relativi al suo conto dia una testata al 5, ecc..”. Un uomo, o donna che sia, sano di mente, riattacca già al numero tre. Poi ci sono le interminabili attese, che di per sé ci possono stare, come in posta o in banca, uno aspetta qualche minuto; ma quelle musichine!?!? Ma chi le sceglie le musiche? Il cliente sano di mente dopo sei secondi di musichetta riattacca. Ammesso che, nonostante i primi grossi scogli, uno riesca a parlare con un operatore, c’è poi una trafila immane da fare; perché questo povero cristo è uno a cui hanno fatto quarantacinque minuti di formazione, non è che sia un esperto del settore, quindi deve chiedere, informarsi, telefonare e via dicendo. Spesso non si arriva a capo della situazione e sale la frustrazione. Cosa fare? Non si può trattare male un neolaureato a pieni voti che per non morire di fame accetta quel lavoro degradante. Perciò accumuliamo frustrazione, e la domenica andiamo a fare a botte allo stadio, e magari a insultare Balotelli, che comunque ci sta sempre.

venerdì 21 maggio 2010

Quelli che guardano i tg

Basta, non se ne può più! Smettete di guardate i telegiornali e, soprattutto, smettete di pensare che la televisione sia un organo di informazione. La televisione fa schifo quasi in toto, ma almeno se la volete prendere come intrattenimento (se per voi quello è intrattenimento mi sa che dovreste aprire la porta di casa e vedere il mondo ogni tanto), prendetela alla leggera e basta, non fidatevi di quello che vi vogliono propinare. Il giornalismo televisivo, perlomeno delle televisioni in chiaro, fa ridere, si potrebbe dire che è offensivo per i giornalisti veri definirlo giornalismo. L’informazione è parziale, filtrata, sottomessa ai poteri politici. Comprate i giornali, navigate su internet e cercate le informazioni, non subite quella maledetta scatola, che oggi è più un quadro. Adesso che ci penso mi spiego la violenza negli stadi: gli ultrà guardano tutta la settimana i telegiornali (pensate di guardare due volte al giorno Emilio Fede… lo so questa è cattiva, non pensatelo, scherzavo) e quando arrivano al fine settimana devono sfogarsi per forza! Per concludere, estenderei l’invito a non guardare più i telegiornali a non guardare più del tutto quel cancro sociale che è la televisione. Un saluto e buona lettura ;)

giovedì 20 maggio 2010

L'ultrà

Questo curioso animale rappresenta una delle espressioni più basse della società e della cultura umana. Sebbene gli schiavisti e i politici siano più in basso nella scala demenziometrica dell’uomo, il nostro ultrà presenta caratteristiche ragguardevoli. Prima di tutto c’è da sottolineare come egli esista solo all’interno di un gruppo, il gregge dei supertifosi (nel senso che sono sopra il tifo, sopra allo sport, anzi con lo sport non c’entrano assolutamente nulla). Quindi, quando l’ultrà si aggrega al gruppo si sente forte, specialmente alla domenica o comunque durante le manifestazioni sportive, e qui può dare il peggio di sé. Il resto della settimana lo impiega nelle attività più svariate, magari mantenendo un tenore di vita medio, con un lavoro e degli hobby; in realtà non fa altro che accumulare rabbia, odio e frustrazione, che puntualmente vengono rilasciati nel luogo meno opportuno: quello del divertimento e della gioia che dovrebbero essere competenza dello sport. Dicevamo che l’ultrà non c’entra niente con lo sport, infatti la maggior parte di essi non capisce niente di quello che dovrebbe essere la loro ragione di vita. Per cui si assiste soventemente a proteste e cori che partono da semplici presupposti: noi abbiamo sempre ragione, l’avversario ha sempre torto e in più è un bastardo, l’arbitro è cornuto, la sfiga ce l’ha sempre con noi (vedi “De superstitione”). Negli stadi, come nei palazzetti e affini, i miei preferiti sono quelli che non guardano mai la manifestazione sportiva, ma passano quelle due orette a sbraitare verso la gente che non urla a squarciagola. Questi pagano pure! Capite che uno stuart, poretto se ne sta lì e guarda il pubblico tutto il tempo, ma almeno è pagato, è il suo lavoro. Questi dementi invece pagano per vedere uno sport che neppure guardano, si occupano solo dei tifosi. E poi, naturalmente, le chicche assolute: il ritrovarsi fuori dallo stadio o negli autogrill per darsele di santa ragione con i tifosi avversari, la costruzione di ordigni di varia entità e l’ideazione di cori e striscioni per vincere le varie categorie della volgarità, del razzismo e dell’analfabetismo. L’imbecillità impervers-ava/a/erà in ogni dove, ma qui raggiunge livelli d’eccezione, e questo mi duole particolarmente, andando a ledere una cosa come lo sport, che potrebbe essere un mondo meraviglioso (ovviamente la colpa va distribuita anche agli interessi e i soldi che portano il marciume), e insieme ad esso il mondo del tifo: il supporto alla squadra, l’affetto, la festa, lo sfottò verso i tifosi avversari, le prese in giro con gli amici e le palpitazioni per il risultato finale.
Dulcis in fundo, mi stavo dimenticando delle ultime perle provenenti dall’esasperazione del tifo stile ultrà, come supportare la squadra avversaria perché diretta concorrente della squadra rivale. Non esistono termini nel vocabolario per definirli, so solo che se fossi stato un giocatore della Lazio avrei smesso di giocare. Che vergogna…

mercoledì 19 maggio 2010

Il piccione

Il piccione, o colombo viaggiatore è un uccello dell’ordine dei colombiformi (italianizzato, visto che il latino ci si incastra sempre fra i denti), è una specie cosmopolita, nel senso che rompe i coglioni in tutti gli angoli della terra. Non è che io voglia fare un’invettiva sul piccione in generale, magari se fossero di meno si starebbe meglio, ma, da buon naturalista, amo tutte le forme viventi e sono conscio del suo ruolo negli equilibri degli ecosistemi. Ma mi chiedo: perché se parcheggio la macchina in un luogo pulito e tranquillo, quando torno me la ritrovo tassativamente ricoperta di merda?!?!?
Non conosco l’etologia di questo pennuto, ma ci deve essere, appurato che non credo alla sfiga, una relazione tra la presenza della mia macchina e la voglia del suddetto animale di fare i propri bisogni. Quindi potremmo avanzare delle ipotesi: la prima che mi viene in mente è che esista una competizione internazionale, organizzata dalla WPA (World Pigeons Association), il cui scopo è quello di imbrattare più macchine, moto e persone possibili. Oppure il piccione, volatile rispettoso della madre terra, cerca sempre di farla sopra qualcosa, per evitare di imbrattare il suolo. Magari lo fanno per superstizione…
Qualsiasi ragione, ammesso che ci sia, ci possa essere dietro all’increscioso fatto, ti dedichiamo quest’ode di genesi romana: O piccione, ma vattene a mori’ ammazzato!

martedì 18 maggio 2010

La settima arte

Il buon Rino aveva un fratello che era pure figlio unico perché non aveva mai giudicato un film senza prima vederlo. Una volta ho sentito quel tronfio di Zeffirelli inveire contro La passione di Cristo di Mel Gibson, per poi ammettere candidamente, a fine discorso, che non lo aveva neppure visto. Rimango perplesso. Al di là delle doti di preveggente che possa avere quel signore o chi per lui, e, al di là del fatto che più o meno un film lo si può inquadrare da informazioni, trailer e conoscenza degli autori, se esprimi giudizi su di un film che non hai ancora visto sei un pirlone!
Il titolo del post è quasi provocatorio, non direi che il cinema è un’arte, forse una sorella minore; ma, anche se alcune sue manifestazioni si avvicinano molto all’arte, proviamo ad focalizzarci sul lato più commerciale, di intrattenimento e divertimento di cui il cinema può e dovrebbe occuparsi. Perché la gente non capisce assolutamente niente di cinema? Forse sono tutti superstiziosi, non so. Non è che la storia del cinema sia costellata di soli capolavori, anche in passato venivano fatte delle ciofeche rimarchevoli, ma oggi siamo molto evoluti da questo punto di vista. A mio modesto parere è la televisione che ha distrutto e sta distruggendo il cinema. Prendiamo oggi un pirlone che guarda reality tutto il santo giorno, e magari pure delle fiction (attimo di pausa per recitare l’atto di dolore, perché ho pronunciato questa immonda parola). Ora, come cavolo fa, questo decerebrato (nel senso che gli è stato tolto il cervello, ce lo aveva in origine), a distinguere un buon film dalla spazzatura? Come può avere la capacità critica se non ne ha gli strumenti? Risposta: non può, continuerà a godersi i Vanzina strozzandosi di pop corn e a votare l’imperatore. La cosa brutta è che di cineasti bravi ce ne sono anche oggi, ma diventano sempre più di nicchia, invisibili, chiusi da distribuzioni ottuse. Ma, anche se arrivassero al grande pubblico, questo non sarebbe in grado di gioirne, perché non ha un’educazione all’immagine, non apprezza la narrazione più sottile o complessa o semplicemente fatta come dio comanda!
Mi sa che questo intervento ha mancato lo scopo dell’invettiva e dello sfogo salutare, sono caduto nell’amarezza, e questo non fa bene. La prossima volta cercherò di far meglio. :)

lunedì 17 maggio 2010

De superstitione

Quale miglior data per inaugurare il blog? A fagiolo, o a pisello, a seconda delle preferenze, capita questo numero fatidico: diciassette. Senza troppo dilungarsi sulle origini delle credenza: se per l’anagramma di VIXI o per battaglie romane o per lo sterminio dei Templari (Giacobbo c’hai fatto due palle…), vorrei invece concentrarmi sul fenomeno superstizione.
Premessa maggiore: i superstiziosi sono tutti allocchi.
Premessa minore: tutti gli italiani sono superstiziosi.
Conclusione: Berlusconi impera ;)
Lasciamo perdere la politica. Ma come si fa ad essere superstiziosi? Io capisco i maniaci compulsivi, d’altronde se non spegni la luce sei volte finisce il mondo, e fin qui tutti d’accordo; ma, se una persona “sana” arriva a pensare che il 17 porta male e il 18 bene (magari perché si spalancano le porte della camporella) qualcosa non va. Siamo nel terzo millennio, ci avete rotto le palle con le superstizioni!!! Perché poi, queste, apparentemente innocue, credenze arrivano ad avere conseguenze reali nella vita della gente. Il guidatore di ambulanza può guidare con una sola mano (avendo l’altra in posizione anti-sfiga) e questo rende la guida meno sicura, per smantellare edifici con pareti a specchio occorrono condannati a morte, ogni volta che si è in tredici a tavola bisogna necessariamente ucciderne uno. Meditate gente, perché se insegnate a un bambino che qualcosa di irrazionale e inspiegabile come la superstizione è vero, questo o rimarrà scemo per tutta la vita o farà comunque fatica a liberarsi di questi pregiudizi.